Calcio

Zambelli: «Vorrei tanto abbracciare Corioni, è stato come un papà»

L’ex rondinella: «Ci dava tante attenzioni anche umane. Ricordo pure l’ultimo periodo di fatiche, quando ci diceva quanto si sentisse solo»
Corioni e Zambelli in uno scatto del 2011 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
Corioni e Zambelli in uno scatto del 2011 - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it
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«Se avessi la possibilità di rivederlo non ci sarebbero tante cose che vorrei dirgli. Vorrei solo abbracciarlo e dirgli che mi manca». Più che un’intervista, il ricordo di Gino Corioni da parte di uno dei suoi adoratissimi, Marco Zambelli, è una lettera aperta. Un frullato di emozioni, un mix di sentimenti sempre accesi, di aneddoti che meritano di essere tramandati.

«A Gino penso perché per tanti di noi è stato anche un papà. Era il nostro presidente in anni in cui eravamo solo ragazzi che stavano crescendo anche come persone. E lui era quello che quando veniva al campo ti dava attenzioni anche sul fronte umano: si fermava a parlare, ti chiedeva della famiglia e tutte quelle cose che col calcio non c’entrano. Certo, era tutto fatto a suo modo. Perché io ricordo anche sue dichiarazioni pubbliche in cui mi attaccava. Io allora lo chiamavo il giorno dopo e gli dicevo "Pres, ma non poteva chiamarmi e dirmi queste cose in in ufficio?". E lui: "No no Marco, va bene così: ti serve di più"».

La presenza, le prese in giro, le arrabbiature

Dice ancora Zambelli: «Mi mancano anche questi aspetti e a ripensarci mi prende la tenerezza. Ma ricordo anche quando ero poco più che un bambino, il timore reverenziale che provavo quando lui entrava negli spogliatoi... Era tanto presente, e ci diceva sempre che noi eravamo quel qualcosa che gli alleggeriva le giornate. Ci dava anche le botte in testa eh... Mentre noi lo prendevamo in giro per i cappelli che portava e lui si offendeva».

La fatica e la sofferenza

«Tornando al mio rapporto personale con lui, ricordo le telefonate con lui arrabbiatissimo perché non volevo andare via e lui mi spiegava che non avrebbe mai potuto darmi quello che avrei avuto altrove e che nemmeno lui avrebbe preso i soldi. Io riattaccavo, fingendo che cadesse la linea... E poi quando si tranquillizzava gli spiegavo perché volessi restare. Ricordo l’ultimo rinnovo che mi fece: ci trovammo io e lui nella sua casa al lago, senza intermediari. Mi prese a braccetto e mi disse "ormai non puoi più andare via, sono orgoglioso di averti capitano"».

«Non era facile che lui ti facesse complimenti, per questo mi commuovo ancora ripensandoci. Non dimentico inoltre che mi ha fatto curare dai migliori dottori, anche in Belgio. Ora sono felice che la sua figura sia stata riabilitata: sono felice per i suoi familiari. Lo ricordo anche nei momenti difficili, quando negli ultimi tempi mi chiamava alle 7 del mattino per dirmi dove e da chi sarebbe andato a cercare aiuti per il Brescia. Poi col saturimetro al dito e faticando a respirare, veniva in spogliatoio e ci diceva ci diceva che si sentiva solo. Sì, il Pres vorrei riabbracciarlo e basta». 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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