I calzettoni abbassati non avevano un valore puramente estetico. Erano un gesto di sfida: sono più piccolo di voi, ma non vi temo. Addirittura di scherno: non riuscirete a prendermi, e quindi a proteggere le mie tibie non lascio altro che la mia carne, esposta. Omar Sivori li intendeva così. Egidio Salvi, cresciuto con il suo mito, lo imitò per tutta la carriera. Per un anno, a Napoli, ebbe l’onore di giocare insieme al «cabezón» argentino, al tramonto della sua avventura da calciatore. Per lui una delle spillette più luccicanti appuntate al bavero. Seconda soltanto a quella delle sedici stagioni da giocatore del Brescia, più un’altra lunga sfilza in società in varie vesti.
Il dribbling nel sangue
Oggi Salvi festeggia ottant’anni. Raggiunti senza mai correre in linea retta: il percorso per tagliare questo traguardo segue la traiettoria sinuosa dei suoi dribbling, la specialità della casa. Anche in questo somigliava all’idolo Omar. Capitava che esagerasse: sbertucciare l’avversario una volta soltanto non lo appagava, e allora tornava indietro per riprovarci. «Mi giustificavo dicendo che non avevo ben capito come mi fosse riuscito, quindi tanto valeva ripeterlo».




