Alzi la mano chi pensa che la Turchia non sia la prima, grande delusione dei Mondiali di calcio 2026?
Magari non era nel lotto delle favorite, però nessuno credeva che sarebbe stata eliminata dopo due sole partite in un girone tutto sommato abbordabile con Usa, Paraguay e Australia, non esattamente tre colossi della tradizione in ambito calcistico. La qualificazione alla fase ad eliminazione diretta era quasi scontata, non sarebbe però stata del tutto una sorpresa vederla ai quarti (come agli ultimi Europei) o addirittura in semifinale, come nel Mondiale nippo-coreano del 2002.
Stelle di allora e di oggi
Quella era la generazione di Hakan Sukur e delle altre stelle che avevano risvegliato l’orgoglio ottomano anche sul campo da calcio. Ma questa, di generazione turca, non ha nulla da invidiare a quella di 24 anni fa, anzi. Manca forse qualcosa in difesa, però dalla cintola in su la qualità abbonda. A centrocampo ci sono Hakan Calhanoglu - che perlomeno in Italia è considerato tra i migliori registi - e Arda Güler, una sorta di Pirlo alla turca, retrocesso da mezzapunta a mediano e capace già a 21 anni di prendersi il Real Madrid e il Bernabeu, pure con un gol da 70 metri. Fra trequarti e attacco ci sono invece Yildiz - frenato da qualche guaio negli ultimi mesi, stessa età di Güler, probabilmente pronto per un club ancor più grande della Juve - Yilmaz e una punta di razza come Akturkoglu, due dei tanti impegnati nel campionato di casa, in ascesa coi pesanti investimenti dei club possibili grazie al boom economico che dura da più di un decennio.
Il numero
«Abbiamo fatto 65 tiri e nemmeno un gol in due gare, non m’è mai successo», s’è giustificato Vincenzo Montella, allenatore napoletano della Turchia. Quel numero, 65, è tutto un programma: nella smorfia partenopea significa «’O chianto», il pianto amaro per un dispiacere. Lo spirito borbonico che s’impossessa di te quando fallisci l’assalto nell’impero del sultano.




