Bresciani di nascita o d’adozione che in molti casi hanno in comune un passato col Brescia. Nell’uno o nell’altro caso, il tratto comune è che tutti quanti sono vincenti e/o capaci di scrivere storie suggestive sulle pagine del calcio a ogni livello come a ogni latitudine: le geolocalizzazioni ci portano in particolare in Inghilterra, Ucraina, Albania, Emirati Arabi. Quella che stiamo per lasciarci alle spalle è stata una (un’altra) stagione che ha visto addetti ai lavori e allenatori nostrani d’esportazione in prima pagina.
Roberto da Mompiano
L’ultimo a prendersi la ribalta, domenica scorsa, è stato Roberto De Zerbi. Il quasi quarantasettenne allenatore di Mompiano che era reduce dall’addio consensuale al Marsiglia (che, a proposito, dopo il cambio di guida tecnica non è migliorato, ma è sceso anzi al quinto posto), ha firmato la salvezza del Tottenham. Che ha incredibilmente, molto concretamente, rischiato di retrocedere. Gli Spurs hanno salvato la pelle soltanto all’ultima giornata (vittoria 1-0 con l’Everton, ma sarebbe bastato anche un pari) con chiusura al quart’ultimo posto e con un margine di due punti sul malcapitato West Ham. Solo fino a cinque giornate prima le parti erano esattamente rovesciate: allora, De Zerbi era arrivato solo da due gare nelle quale aveva ottenuto un punto appena.
Avendo ereditato da Igor Tudor, il quale a sua volta era arrivato in corsa, una squadra mentalmente fragile e stordita da una stagione al contrario, che prima di ritrovare la vittoria con il Wolverhampton il 25 aprile scorso non centrava i tre punti dal 25 dicembre scorso. «De Zerbi ci ha cambiato la mentalità» ha dichiarato il centrocampista James Maddison. E per accorgersene è stato sufficiente osservare partita dopo partita la progressione della squadra. Da quella a pezzi – giocatori sempre a testa bassa, con la paura negli occhi e le lacrime di frustrazione a scendere al fischio finale – vista sconfitta contro il Sunderland al debutto di Rdz con gli Spurs a quella in fiducia e consapevole, pur avendo sprecato un match point per far terminare l’incubo anzitempo, osservata nel tratto finale del mini percorso dell’allenatore bresciano.
Come ha fatto a portare la barca in porto? Si è trattato di incidere con il suo calcio che si critica in pubblico e si ammira in segreto? No, di davvero dezerbiano si è visto poco, al massimo concetti. Non è stata quella tattica la chiave di (s)volta: il tecnico è andato a incidere soprattutto sull’aspetto umano. Ha consolato, coccolato, abbracciato, motivato ciascuno dei suoi giocatori: un corso accelerato di ricostruzione di anime, anche attraverso video motivazionali o aneddoti di vita vera.

De Zerbi ha portato a Londra prima di tutto se stesso peraltro in una fase in cui ancora dovevano sedimentare le scorie post Marsiglia oltre al fatto che aveva da poco deciso di mettere mano in maniera importante allo storico staff senza averne ancora uno nuovo pronto. Così col vice Quinto e con il preparatore Marcattilii oltre a un altro collaboratore (traduttore) che aveva scelto di mantenere ancora al suo fianco, si è imbarcato nell’avventura al Tottenham al quale, prima di accettare, in due differenti momenti dopo l’addio al campionato francese, aveva detto no.
Ma la dirigenza Spurs non ha mai mollato e a fine marzo ogni elemento ha combaciato. Gli invidiosi diranno «che sforzo accettare un contratto di 5 anni a cifre tali da poter sistemare tre generazioni di familiari...», ma rispetto all’accordo poi sottoscritto, lo stipendio offerto nei precedenti tentativi andati a vuoto non erano dissimili. è ovvio che l’offerta economica ha avuto il suo peso, ma la differenza decisiva l’hanno fatta l’insistenza di una dirigenza che ha dimostrato che voleva solo lui e la prospettiva, in caso di salvezza, di un budget monstre per rifare la squadra e aprire un nuovo ciclo in prospettiva a vincere ricominciando da una stagione senza coppe.
Il club nella prima stesura del contratto aveva anche inserito una clausola affinché l’allenatore si potesse liberare in caso di retrocessione: De Zerbi non l’ha voluta. «Se firmo per 5 anni, firmo nel bene e nel male, ripartirei anche dalla Championship». Non sarà così. Dal 31 marzo l’allenatore ha vissuto al centro sportivo degli Spurs: chi per lui gli aveva già trovato casa a Londra, ma lui in quella casa c’è entrato solo la notte della salvezza e quella successiva. Anche questa dedizione assoluta, declinata poi alla maniera del «ragazzo di quartiere» (c’è chi lo critica, ma è un punto di forza di mister Roby) ha colpito i giocatori e fatto breccia in una tifoseria che ha accompagnato in maniera incredibile il percorso.
Il rischio di retrocedere, come detto, c’è stato: fosse accaduto sarebbe stato uno stop nel cammino personale di un tecnico al quale i detrattori rimproverano di essere troppo decantato a fronte del non aver mai vinto nulla. Sono coloro che dimenticano che 12 anni fa questo allenatore è partito dalla serie D a Darfo Boario. Che ha fatto la gavetta in C e in B e che in A ha allenato il Benevento ereditandolo da già quasi retrocesso e il Sassuolo portato in una dimensione da medio-grande.
In Premier aveva allenato il Brighton (un Sassuolo d’Inghilterra) portandolo per la prima volta in Europa e in Francia la passata stagione se l’è battuta col Psg riportando comunque il Marsiglia in Champions League. Poi ci fu la parentesi Ucraina, con l’esperienza allo Shakhtar Donetsk interrotta dalla guerra. Ora, col Tottenham pronto a resettare, inizia una nuova fase: il «premio» personale per aver accettato il rischio, è quello di poter costruire un progetto che possa puntare in alto, per provare davvero, con la giusta pazienza, a vincere. È un Ingresso in Premier dalla porta principale e da allenatore plenipotenziario: forte per contratto e per fatti compiuti. Sarà manager Vvro e questa sì è la grandissima e clamorosa occasione per fare il salto definitivo.
Alla ricerca del «double»

Si è meritato la copertina anche Andrea Berta che al suo primo anno al comando della catena dirigenziale dell’Arsenal ha centrato il titolo di campione del Regno Unito riportando la Premier League a Nord di Londra come non accadeva da 22 anni. Però non è tutto perché sabato a Budapest l’Arsenal dell’uomo di Orzinuovi giocherà contro il Paris Saint Germain per provare ad alzare la sua prima Champions League. Sarebbe un double a dir poco eccezionale, certamente fantastico.
A prescindere, già così la stagione dell’Arsenal è destinata ad andare agli archivi come tra le più belle di sempre ed è molto curioso che il costruttore di una squadra da capogiro per nomi e budget sia perlopiù sconosciuto alle masse: in Italia ha lavorato «solo» a Parma e Genova (sponda Genoa) dopo la gavetta al Carpenedolo di serie C e prima di spiccare il volo internazionale accasandosi a Madrid dove ha reso vincente l’Atletico.
Il Genietto di Flero

C’è stata gloria anche per il campione del mondo Andrea Pirlo che è reduce dai festeggiamenti per la vittoria del campionato alla guida dello United Fc, club di serie B di Dubai che ha condotto alla storica promozione – il club è stato fondato solo nel 2022 – nella Pro League, la massima serie degli Emirati Arabi Uniti. Pirlo aveva prima allenato in Italia la Juventus (l’Under 23, poi la prima squadra) e la Sampdoria in B (una qualificazione ai play off nel 2023-24 poi l’esonero nella stagione successiva con una parentesi in Turchia al Karagumurk (campionato da metà classifica e chiuso con la risoluzione del contratto a tre giornate dalla fine del campionato).
Nei suoi viaggi a km quasi 0 oppure extra confini, il «Genietto» di Flero non ha mai viaggiato solo. Al suo fianco, sin dagli inizi della sua ancor tenera carriera di tecnico, nei panni di vice c'è la solida e sicura presenza di un altro bresciano ex Brescia: Roberto Baronio da Verolanuova. Tra i due, un legame professionale ma ancora prima umano dato che sono cresciuti insieme nel settore giovanile biancazzurro. Una gran bella storia. E a proposito di bresciani, nello staff di Pirlo c’è anche il collaboratore tecnico Mauro Bertoni, ex difensore anche del Lumezzane.
La vittoria del campionato «della resistenza»

Nella martoriata Ucraina, se dici calcio – a prescindere dai durissimi tempi che corrono – dici Shakhtar Donetsk. E il legame con Brescia è duplice. A partire da quello con il compianto Mircea Lucescu a sua volta legato a filo doppio, per 20 anni ininterrotti, al 56 bresciano di Caino Carlo Nicolini che dello staff del grande allenatore rumeno è stato per il tempo sopra descritto l’unico collaboratore fisso. Con Mircea, Nicolini – che nasce preparatore atletico, ma che è anche allenatore e che ha anche una competenza dirigenziale (tanto che è difficile codificare il suo ruolo in maniera classica) – ha accettato di fare il «vagabondo» del calcio andando a superare barriere e pregiudizi del mondo del pallone.
Insieme sono stati in Turchia al Galatasaray e al Besiktas, in Russia allo Zenit. Soprattutto però allo Shakhtar, la regina d’Ucraina con 16 scudetti vinti. L’ultimo poche settimane fa con Nicolini ancora protagonista nei ranghi tanto tecnici quanto dirigenziali della squadra allenata da Arda Turan. Che in un contesto surreale, al sottofondo di guerra, in un campionato giocato sempre in trasferta, ha saputo trionfare. Nicolini, gli inizi al Brescia, ha fatto di quella di Kiev una bandiera di vita e nemmeno gli eventi bellici lo hanno fatto desistere. Per questo la sua strada e quella dell’ultimo Lucescu si separarono. Il professionista di Caino ha un palmarès pazzesco: 12 scudetti nella Premier League ucraina con 6 coppe Nazionali e 8 supercoppe e, prima di tutto, una Coppa Uefa sempre con lo Schakhtar nel 2009. E poi, per gradire, 2 scudetti nella Lega di Turchia, una Supercoppa di Russia.
Mister Rolly ora è Commissario tecnico

Un cambio vita netto è quello che ha abbracciato Rolando Maran. Trentino, ma bresciano d’adozione: da moltissimi anni è ormai di casa nella zona di Lonato. È stato l’ultimo allenatore del Brescia calcio, condotto alla salvezza in un’annata tribolata che poi per mano di Massimo Cellino ha portato alla sparizione della società. Maran aveva però svolto brillantemente il suo compito per quanto di sua competenza. Si aspettava che qualcuno avrebbe pensato a lui per iniziare la stagione che si è appena chiusa, oppure per salire in corsa. Riscontri ce ne sono stati, ma non convincenti e comunque non così tanti. Abboccamenti, più che altro. Sempre forte, ma deluso, Maran si era forse convinto di dover stare ancora in coda per aspettare di nuovo il proprio turno.
Sul più bello però ecco il colpo di teatro, quelli di cui solo il calcio è capace: il 20 maggio scorso Maran è diventato comimissario tecnico dell’Albania come già prima di lui un altro «bresciano», Gianni De Biasi. Ancora allenatore, ma in maniera diversa: sì, è un cambio di vita. Per puntare in alto e per sognare in grande, a quasi 63 anni. L’obiettivo è quello di costruire una selezione alla quale dare dei principi che possano portare alla qualificazione agli Europei.



