L’ufficio sarà sempre quello, il nome sulla targhetta pure. Cambia «solo» la qualifica. Da presidente a commissario, Giovanni Malagò resta alla guida della Federcalcio. Certo, bisognerà controllare che su detta targhetta sia indicato il nuovo ruolo di Malagò, perché se qualcuno si era dimenticato di tesserarlo non sia mai che ora si scordi di aggiornarne la carica.
Scarsa chiarezza
Tutto a posto, dunque? Difficile rispondere con un sì convinto. Perché se è vero – così parlò il neo commissario – che «ha prevalso il buon senso», è altrettanto innegabile che, pur volendolo cercare, si fa una gran fatica a trovare un senso a questa storia. Che forse un senso non ce l’ha. Di sicuro ne emerge un quadro di approssimazione, di gestione non appropriata. In una cornice di rapporti istituzionali (tra Coni e Federcalcio) non serenissimi.
Quella che dovrebbe essere la Federazione guida del movimento sportivo italiano in pochi mesi ha vissuto il pasticcio della nomina sfumata di Pirlo a commissario tecnico e delle conseguenti dimissioni del direttore tecnico Maldini e dell’advisor Leonardo, la rinuncia di Diana Bianchedi al ruolo di capodelegazione della Nazionale e la scoperta del mancato tesseramento del presidente.
Il futuro
Quella Federazione che invece dovrebbe concentrarsi su un obiettivo fondamentale: rilanciare il calcio italiano, che dal 2014 non partecipa ai Mondiali. Tema del tutto sparito dai radar di chi dovrebbe guidare il movimento, come quello dell’organizzazione degli Europei 2032.
P.s. Dopo le elezioni del 14 dicembre, qualcuno aggiorni la targhetta. E poi si pensi al campo.




