«Innovativo, integralista, spontaneo, allenatore per il quale eri pronto a buttarti nel fuoco. Ieri come oggi». Il protagonista è Silvio Baldini, la fotografia è fatta da Antonio Filippini. Che lo ebbe come allenatore a Brescia nella stagione ‘98/’99 risultando il giocatore con più presenze e che poi, col gemello Emanuele, per un breve lasso di tempo lo visse anche a Palermo. Con tutti i pregi e i difetti dell’attuale allenatore dell’Under 21, «un papà» oltre che un allenatore delle nuove leve azzurre, ma soprattutto capace di portarli al prossimo Europeo grazie ad un calcio affascinante, spettacolare e in grado di produrre risultati.

Sentendo parlare Antonio, escono tutte le sfaccettature del tecnico toscano, che a Brescia restò una stagione e una partita di Coppa Italia in quella successiva. Per poi andarsene. Una premessa: nell’estate ’98 le rondinelle erano appena retrocesse in serie B dopo una stagione disastrosa a livello di allenatori. Iniziata (giusto in ritiro) con Reja, proseguita con Materazzi, vissuta in parte con Ferrario e chiusa col duo Salvi-Bacconi.
Antonio, come fu accolto Baldini al suo arrivo a Brescia?
«Devo dire bene, perché il gruppo concede sempre la possibilità a qualsiasi allenatore di mettere in pratica le sue idee. E Silvio fu accettato in maniera propositiva. L’impatto poi col passare dei giorni migliorò perché negli allenamenti era innovativo, cioè mi ritrovavo a fare cose che non avevo mai fatto prima con altri allenatori. Era già un tecnico proiettato al calcio moderno a fine anni Novanta. Grande utilizzo del pallone, tanto che ad esempio facevano le ripetute in salita con la palla al piede, oppure disputavamo la partita a tutto campo ad un tocco: voleva dire correre tanto, perché dovevi sempre essere corto. Quindi un lavoro fisico abbinato al gioco del calcio. Ecco perché dico che aveva una metodologia che per quel tempo era rivoluzionaria. E Baldini fece capire subito di essere un allenatore diverso, anche nei rapporti».
Ovvero?
«Venivamo tutti da tecnici che noi chiamavamo gestionali. Ci parlavi. L’allenatore aveva le sue idee su certe cose, magari il gruppo gliene faceva notare di diverse, si andava sempre a trovare un compromesso. Con Baldini no, lui era integralista. Lo stesso lavoro ogni giorno ripetuto di settimana in settimana, pochissimo spazio al confronto. A lungo gli chiedemmo di disputare ogni tanto a fine allenamento la partitellla a metà campo per scaricarci e divertirci un po’. Alla fine cedette, ma la fece durare cinque minuti e non la seguì, rientrando in spogliatoio».

Ha un ricordo particolare di quel periodo?
«Sì, durante il ritiro estivo del ’98. Tre sedute al giorno. Alle 7 del mattino in piscina, colazione, alle 10 in campo, pranzo, piccola pausa, poi nuovamente in campo a metà pomeriggio. E non si poteva trasgredire. Allora il portiere era il belga Bodart e non sapeva nuotare. Baldini voleva che comunque scendesse in acqua, ricordo che lo teneva a galla il preparatore dei portieri Violini tenendolo legato a una corda. Per Silvio i giocatori erano tutti uguali, in realtà non può essere così».
Ci furono scontri tra gruppo e allenatore?
«Mi ricordo i rapporti più che difficili tra Baldini e Dario Hubner. Lui era la nostra stella, l’uomo dai 20 gol a stagione, ma andava diciamo così gestito. Silvio voleva che facesse sempre lo stesso movimento, cioè attaccare il primo palo. “Mister, io vado dove c’è la palla, dove posso fare gol”. Iniziò il muro contro muro tra due personalità forti che non volevano cedere, anche se alla fine il Bisonte fece comunque 21 gol in campionato».
E con giocatori come lei o suo fratello?
«Con me, ma come con altri, era più facile. Eravamo dei soldatini, ciò che ci veniva detto lo facevamo dando il 100% sempre. Diverso per lui avere a che fare con giocatori più esperti e di personalità forte, come appunto Dario. Ma anche con me ci fu uno screzio».
Racconti.
«Chiudemmo la stagione ’98-’99 al settimo posto, prima del ritiro feci un’intervista dicendo che saremmo dovuti crescere tutti per migliorare. Noi giocatori, il tecnico, la società. Il primo giorno di ritiro scoprii che aveva dato la fascia di capitano, che sulla carta sarebbe spettata a me, a Filippo Galli. Mi arrabbiai non tanto perché l’avesse data a lui, un campione a cui io stesso l’avrei ceduta, ma perché fece tutto senza parlare con me. E per una decina di giorni non gli rivolsi la parola. Poi ci chiarimmo, ma poco dopo andò via».
Restiamo per un attimo su questo punto, come andò?
«Era agosto, perdemmo in Coppa Italia con la Juve Stabia. Io non so se davvero Baldini disse a Corioni di non credere nella forza del gruppo avendo come obiettivo la promozione, io so che il martedì all’allenamento arrivò il direttore generale Pietro Lo Monaco e disse: “Decidete voi se volete tenere Dario in squadra o cambiare allenatore”. Mi feci avanti io e dissi chiaramente che non si poteva porre una questione così delicata al gruppo, ma che doveva essere la società a decidere. Dario restò, in panchina arrivò Nedo Sonetti, decisamente più “da gestione” dei giocatori rispetto a Baldini. Andammo in serie A».

Torniamo al Baldini poco malleabile, c’è un punto sul quale non cedette mai?
«Più di uno, ma cito questo. Il sabato non facevamo mai l’allenamento di rifinitura, perché era fissato alla domenica mattina anche con la partita alle 14.30 o alle 15. Il sabato ci si trovava verso le 18 in ritiro a Castenedolo, cena, camera e sveglia alle 7.30 della domenica. Colazione e poi 40/45 minuti di seduta al Rigamonti di Buffalora. Doccia veloce, pranzo, una pausa strettissima, riunione e stadio per la partita. Si arrivava già stanchi… Provammo a dirglielo, non ci fu dialogo. Hubner si era impuntato e ho il ricordo di lui durante la rifinitura seduto in panchina. Ma si era già allo scontro col mister. E poi altra regola: tutti in pullman all’andata con le auto in albergo a Castenedolo, tutti insieme al ritorno a riprenderle. Arrivavo a casa alle 20 e non capivo perché. Facevamo tutto di corsa, vivendo di stress ancora prima di affrontare la partita».
Proprio impossibile trovare un compromesso tra Baldini e Hubner?
«Ne parlammo con Rolando Maran che allora era il suo secondo e spesso ci teneva la parte, essendo stato calciatore. Andò anche una delegazione di noi da Silvio a dirgli “Mister, lei pretenda tutto ciò che vuole dai Filippini, da Nunziata, da altri, ma vada al compromesso con Dario”. Poi andammo da Hubner: “Dario, non puoi sempre andare allo scontro”. Nulla da fare, personalità fortissime. Ma pure con Kozminski, nazionale polacco, non erano sempre rose e fiori. Durante un allenamento gli disse “Marek, devi stare un metro più interno rispetto a dove sei adesso”. “Mister ma un metro cosa cambia?”. Quantomai glielo disse…».
Baldini però volle lei e suo fratello anche a Palermo.
«Stagione 2003/2004, serie B, ci chiamò e a gennaio andammo. Io dal Brescia, mio fratello dal Parma. Perché come ho detto Silvio resta un allenatore per il quale sei pronto a dare tutto. Perdemmo con la Salernitana, lite con Zamparini e se andò. “Ma come? – pensammo – Ci ha voluto lui e va via?”. Capimmo che anche lì aveva problemi con i giocatori offensivi di personalità, come Toni e Zauli. E ci tornò in mente il rapporto con Hubner. Chiedemmo al nostro procuratore Tiberio Cavalleri se era possibile tornare indietro, ma ovviamente ci rispose no. Per nostra fortuna arrivò Guidolin e andammo in A. E in questo caso per noi fu subito paragone con la vicenda Sonetti. Ma perfino a Palermo ho un ricordo indelebile: alla fine di ogni allenamento ci divideva in due gruppi e voleva che a turno facessimo una scivolata sul campo tipo Paolo Maldini prima di andare in spogliatoio».

Quindi per lei Baldini è stato…?
«Quando mi chiedono i tre allenatori della mia vita il podio è Mazzone, Guidolin e Baldini. Perché lo ripeto, al di là di tutto nel 1999 era innovativo, fresco, vedeva già il calcio del futuro. Moderno, un precursore dei tempi. Avevo sempre avuto allenatori che spiegavano come giocasse l’avversaria la domenica, lui invece diceva come dovevamo giocare noi per batterli».
Si aspettava questo exploit con l’Under 21?
«Assolutamente sì, perché Silvio è bravo ma soprattutto sa lavorare benissimo con i giovani. E forse per come l’ho vissuto io non è un caso che gli screzi siano stati con i giocatori esperti e di personalità. Gli azzurrini di oggi sono come me e mio fratello a fine anni Novanta, pronti a fare qualsiasi cosa per l’allenatore. Che in più vedono come una figura di riferimento, un papà. Alchimia perfetta. E poi c’è un fattore secondo me che conta».
Dica.
«I ragazzi lo vedono per il periodo della Nazionale, non tutti i giorni e forse questo è un bene. Per lui e per loro. Magari è cambiato negli anni, ma io ho anche questo ricordo visto che parliamo del Silvio bresciano: ci allenavamo ad Erbusco quasi sempre il pomeriggio, ma lui voleva che passassimo dal campo anche al mattino per dimostrare di esserci alzati presto. Credo che andando avanti alcuni angoli siano stati smussati e oggi sta raccogliendo i frutti grazie a ragazzi molto forti».




