Marconato: «Siamo una mina vagante, la Germani deve stare attenta»

L’ex centro della nazionale, ora nello staf della Nutribullet Treviso, «avverte» Brescia: «Lotteremo per restare nella massima serie»
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

Denis Marconato, un totem del basket italiano
Denis Marconato, un totem del basket italiano

In campo «faceva la guardia» al pitturato, tra stoppate, rimbalzi e qualche letale tiro dalla media. Ora Denis Marconato, rientrato nella «sua» Treviso, per la Nutribullet – prossimo avversario della Germani – si occupa dello sviluppo dei giocatori, ruolo che interpreta cercando di instillare l’arte antica del pivot. Di cui è stato interprete di primissimo livello.

Denis, per Treviso Brescia è un crocevia importante nella lotta per la salvezza: che match ti aspetti?

«È un impegno difficile, non lo nego, ma siamo in forma, carichi di energia. Direi che rappresentiamo una mina vagante per cui nemmeno per la Germani sarà un impegno agevole. Già all’andata abbiamo sfiorato il colpaccio, perdendo solo al supplementare».

Come valuti, nel complesso, il vostro campionato?

«Visto l’inizio incerto e ricco di infortuni che abbiamo avuto, sono soddisfatto del cammino fatto fino ad ora. Abbiamo fatto dei cambi in corsa, poi abbiamo acquisito una giusta mentalità. E ora siamo pronti a giocarci le nostre carte per restare nella massima serie».

Da ex centro apprezzi l’impatto sul nostro campionato di un giocatore come Miro Bilan?

«Lo considero il fulcro del gioco della Germani. Non fa sempre tanti punti, ma è essenziale nello sviluppo degli schemi offensivi. Gioca bene spalle e fronte al canestro, all’occorrenza tira dall’arco, ma la cosa che apprezzo di più è che legge il gioco come un playmaker. Devo dire che il suo modo di stare in campo mi piace tantissimo».

La grinta di Miro Bilan - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it
La grinta di Miro Bilan - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it

Il tuo ruolo a Treviso è quello di seguire lo sviluppo dei giocatori: su cosa ti focalizzi in particolare e quanto attingi al tuo bagaglio tecnico?

«Il basket di oggi ha una dimensione perimetrale spiccata, per cui anche a chi gioca sotto le plance devo insegnare a prendersi tiri da fuori. Ma il fulcro è costruirgli i fondamentali, insistendo su passaggi e visione di gioco. Che sono poi le caratteristiche che mi piace vedere nei giocatori».

Molti coach e giocatori della tua generazione non amano il basket di oggi: tu cosa ne pensi?

«Credo di aver giocato nel periodo più bello per il basket. A me piace vedere il gioco, non mi fanno impazzire tutte queste conclusioni dall’arco».

Domanda (forse)un po’ provocatoria: era più forte la tua nazionale che centrò l’argento olimpico nel 2004 o quella, eliminata ai quarti all’Europeo 2015, che schierava – tutti insieme – Belinelli,Gallinari, Datome, Bargnani e Alessandro Gentile?

«Loro erano più forti, su questo non ho dubbi. Noi eravamo di sicuro più pazzi. Anzi, utilizzando un termine legato al Baso (Gianluca Basile, ndr), più ignoranti. Ma eravamo di certo più squadra, molto più delle nazionali degli ultimi anni. Vivevamo e ragionavamo come una grande famiglia che si aiutava e sosteneva. Siamo in contatto anche oggi, nonostante siano passati così tanti anni».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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