Basket, l’evoluzione di Federico Cullurà: oggi eroe delle Minors

Quando, tre anni fa, Federico Cullurà andò a giocarsi il passaggio in C alla guida del Chiari si portò dietro famiglia e bagagli. «Per forza. I play off si erano prolungati fino alla finale del 3 luglio, giocata a 40 gradi nella palestra di Agrate, e da tempo avevamo prenotato le vacanze per il giorno dopo – ricorda –. Così i miei vennero a fare il tifo in gradinata e in auto tenemmo le valigie per il viaggio. Meno male che alla fine vincemmo noi. In caso contrario avrei rovinato le ferie di tutti a furia di lamentarmi. Partimmo di notte, macinai centinaia di chilometri per arrivare a destinazione. Ma ero felice».
La vocazione
Non come quando scoprì che la panchina era la sua vera vocazione. «Giocavo ancora, e a Borgosatollo mi chiesero di guidare l’Under 19. Sembrava una cosa da pazzi. Io allenatore? Col carattere fumantino che mi ritrovavo? Litigavo sempre con gli arbitri, figurarsi che esempio potevo essere per i più giovani. Invece fu un’esperienza esaltante, vincemmo subito una partita e nel tornare a casa ero letteralmente euforico, a un semaforo rosso levai le braccia al cielo in segno di esultanza». Da allora «Cico», come tutti lo chiamano, non ha più smesso, e alle promozioni da giocatore ha aggiunto quelle da coach, tutte maturate nell’incandescente mondo delle Minors.

Lo spogliatoio
Nello spogliatoio Cullurà ha portato il temperamento e il carattere che aveva da giocatore, con quel suo 1.86 di passionalità era il tipo che tutti vorrebbero avere dalla propria parte piuttosto che avversario. «Andavo sempre a cacciarmi nei guai, quasi sempre per difendere un compagno di squadra». Una generosità che si è portato dietro nella carriera da allenatore con una dedizione da professionista in un mondo, necessariamente, di dilettanti. «Oggi mi sento addirittura saggio – sorride – e ho capito se e quando intervenire». È successo in occasione della sua ultima impresa, quella di riportare Verolanuova in serie C.
«Andavamo così bene durante la stagione regolare che ai giocatori parlavo poco, non ce n’era bisogno. Poi, nel momento della necessità, ho fatto sentire la mia voce». La cosa che più lo indispone? «Quando un atleta ripete lo stesso errore, dopo averglielo fatto notare una prima volta. Allora divento una furia». Poi gli passa tutto. «So cosa vuol dire allenarsi 3-4 volte alla settimana, magari dopo una lunga giornata di lavoro, e se un ragazzo arriva in palestra stanco o con poca voglia va anche capito». Al punto da diventargli anche amico, come avvenne – sempre col Chiari – alla fine del campionato 2023-2024, culminato con un’incredibile salvezza.
Tutti al mare
Costretto ai play in, che garantivano la permanenza diretta in C solo alle prima del girone a otto, il Chiari, all’ultima partita, era sotto di 9 punti a 3 minuti alla fine nella decisiva sfida contro il Busnago. È in queste situazioni da spalle al muro che Cullurà dà il meglio di sé. E, quasi sempre, volgono a suo favore. «Infilammo un parziale di 13-2 e conquistammo la salvezza, un’esperienza indimenticabile. Un allenatore dovrebbe sempre mantenere un certo distacco dai giocatori, nel rispetto dei ruoli. Quella volta fu impossibile. Festeggiammo con una vacanza al mare di tre giorni nella mia Sicilia. Nel viaggio di ritorno caddero tutte le barriere al punto che ognuno rivelò al gruppo quale fosse la canzone della sua vita e perché. E allora gli altri gliela cantavano».

Nel mondo delle giovanili
Perché in fondo, a 51 anni, Cullurà si sente ancora un giocatore o – almeno – vive le partite come se lo fosse ancora. L’impresa che lo ha consacrato come allenatore è stata la scalata dalla Promozione alla C Gold con l’Olimpia Lumezzane, ma non dimentica mai il primo salto di categoria, risalente al 2005, quando vinse la Prima divisione con l’Under 19 del Chiari. Nel mondo delle giovanili, del resto, si è sempre trovato bene, tanto da dirigere, nel 2008, la Rappresentativa bresciana al torneo delle Province. «Alla fine della manifestazione fui avvicinato da Enrico Rocco, allora assistente di Recalcati in Nazionale, che mi chiese se fossi interessato a essere inserito nello staff tecnico regionale. Una soddisfazione immensa».
L’insegnamento del basket
Ma quello che più gli ha insegnato il basket è di non credere mai alle etichette affibbiate dagli altri. «Da giovane mi definivano un tipo sanguigno, mi comportavo così perché tenevo a ben figurare e questo da alcuni non veniva compreso. Oggi non mi fido delle nomee, nel basket e nella vita un uomo va valutato per quello che fa, non per i pregiudizi che lo accompagnano».
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