Addio Mao Santa: la tua eredità rimane nella passione di un popolo

I record che si intrecciano col suo nome non si possono contare. Perché oltre ai tiri, ai punti e alle percentuali, le sue partite avevano perfino la capacità di cambiare la storia degli avversari. Ne sanno qualcosa a Brescia. Quando arrivò al PalaEib con la casacca della Snaidero i tifosi di casa non potevano credere ai loro occhi: fece 52 punti con 10 triple e oltre il 60% di realizzazione. Caserta ne mise 126, Brescia 118.
Leggenda
Era il 18 ottobre del 1987. Quel record di punti segnati in una partita per Brescia ha retto 38 anni e solo nel 2025 è stato eguagliato. Oscar Schmidt, scomparso a 68 anni, per undici aveva combattuto contro un tumore al cervello. Ma aveva detto basta alla chemioterapia. «Lo scopo della vita è vivere il meglio possibile - disse in un’intervista - e io ho vissuto una vita bellissima». D’altronde incarnava appieno lo spirito brasiliano, questo gigante bianco: sempre sorridente e solare, pianse solo quando stava perdendo una partita e tra una lacrima e l’altra infilava un canestro dopo l’altro fino a vincere. Forse per questo quando mise piede a Caserta per la prima volta, nel 1982, si sentì subito a casa. Otto anni all’ombra della Reggia, lui cambiò la città e la città cambiò lui. «Quando sono arrivato nessuno conosceva questa piccola città del Sud, dimenticata da tutti. Quando sono andato via la conoscevano tutti». Aveva ragione. Neppure la scelta della JuveCaserta di privarsene, in quello strano 1990, preludio al primo scudetto al Sud, riuscì a farlo disinnamorare. Non mandò mai giù quello che per lui fu un «complotto» dei suoi compagni, ma l’ultima volta davanti alle telecamere del doc «Scugnizzi per Sempre» chiuse il cerchio di una storia lunghissima, di un amore tormentato.
Realizzatore sopraffino
A lungo è stato colui il quale ha segnato di più nella storia del gioco (superato solo da LeBron nel 2024) ed è stato inserito nella Naismith Memorial Basketball Hall of Fame senza aver mai giocato in Nba. Ma Oscar va oltre i numeri. Non volle andare negli Usa perché non avrebbe potuto giocare per il suo Paese. E rifiutò il Real Madrid per una stretta di mano al suo presidente Giovanni Maggiò. Perché a Caserta «volevo rimanere tutta la vita».
Dietro quella «Mao Santa» c’era un uomo semplice, che interpretò il riscatto della periferia attraverso lo sport genuino. Ci riuscì, anche se vinse infinitamente poco rispetto al talento di uno dei migliori tiratori di sempre. La sua eredità non sono i trofei, è la passione di un popolo.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
