C’erano 20 mila spettatori (ventimila!) il 31 maggio del 1962 al Rigamonti per assistere al combattimento fra Santo Amonti e Franco Cavicchi, match che regalò alla «quercia di Gussago» il titolo italiano dei pesi massimi. Neanche il tempo di festeggiare quel successo e il 7 luglio il campione bresciano, allora ventiquattrenne, era di nuovo sul ring: quel giorno, per l’entusiasmo degli appassionati convenuti a Mompiano, ad essere battuto da Amonti fu l’inglese Brian London, uno dei grandi della categoria dei massimi: tre anni prima, a Indianapolis, London, prima di finire ko all’undicesima ripresa, aveva dato filo da torcere a Floyd Patterson, mondiale in palio.
E, quattro anni dopo, il britannico si sarebbe meritato di nuovo l’onore di salire sul ring in un incontro valido per la corona iridata, stavolta addirittura contro Muhammad Alì, che lo mise ko al terzo round. Amonti batté London ai punti in dodici riprese, davanti a 15mila tifosi. I più ricchi avevano pagato 6mila lire per una poltrona a bordo ring, circa 80 euro di oggi, gli altri avevano speso 1.500 lire per un posto in tribuna.

Sessantanove incontri da professionista, tredicesimo nella classifica dei massimi del 1965, subito dietro a pugili come Clay, Sonny Liston, Ernie Terrel, Oscar Bonavena, Amonti non aveva mai dimenticato le origini da operaio, in via Orzinuovi, alla Pietra. E diceva di aver scelto la boxe nella speranza di ottenere qualcosa di più dalla vita, nonostante le prime volte sul ring i colpi gli facessero girare la testa. «Mi lacrimavano gli occhi – raccontava – e pensavo che la boxe non facesse per me». E invece furono propri i pugni a regalargli fama e fortuna. «Combattevo ogni mese e mezzo – diceva –, anche quando avrei dovuto riposare». Il timore era che quelle opportunità, quelle borse, non gli venissero offerte di nuovo.
Santo Amonti visse una bella storia d’amore con la moglie Maria, incontrata in autogrill, sull’autostrada, al rientro dopo aver combattuto sul ring a Milano. Lei aveva accompagnato il padre appassionato di pugilato ad assistere alla riunione in cui Santo era stato uno dei protagonisti. «Il match di quella sera, quando ancora non mi conosceva, è stato l’unico in cui Maria mi ha visto combattere» raccontava Amonti non senza commozione. Sia la terra lieve a entrambi.



