Quarant’anni sono tanti. Ma Gianni Poli ha la fortuna che la sua impresa, la giornata migliore della sua vita, ha la fortuna di riviverla ogni prima domenica di novembre, da 22 anni. Da così tanto tempo accompagna un gruppo di amatori nella Grande Mela a vivere l’emozione della regina delle maratone. Quella maratona di New York che lui si prese in solitaria il 2 novembre 1986, tagliando a braccia alzate il traguardo di Central Park in 2h11’06’’, portando nel mondo il nome dell’Italia, di Brescia e della sua Lumezzane.
Quarant’anni: che effetto fa, Gianni Poli?
Basta vedere un video e ti senti l’emozione addosso. Dopo tanto tempo posso dire che non sono arrivato a quella vittoria per caso.
In che senso?
Erano già cinque anni che avevo abbandonato la fabbrica e facevo il professionista, anche se non si poteva parlare di quello status. Avevo già fatto quattro record italiani, ero stato il primo azzurro ad andare sotto le 2h10’ a Boston, l’anno prima. New York era un traguardo a cui aspiravo. Ma fu una gara difficile.
Perché?
Perché nemmeno volevo andarci. Venivo dalla batosta degli Europei di Stoccarda di fine agosto. Fino a 10 giorni prima avevo una forma smagliante, le proiezioni degli allenamenti mi davano in grado di correre in 2h9’, anche meno. Ma presi una faringite, feci quattro giorni con la febbre e arrivai debilitato. Chiusi 13°, solo perché la maglia azzurra si onora. Ma fu una botta difficile da smaltire.

È vero che la convinse il suo allenatore, il dottor Gabriele Rosa?
A Stoccarda arrivai senza energie, nel tunnel dello stadio mangiai un panino, lo incrociai e mi disse: «Tranquillo, andiamo a vincere a New York».
Ci credette?
Non molto. In quei due mesi mi allenai, ma la paura di sbagliare ancora mi mandò in crisi. Mi disse che il lavoro fatto per gli Europei sarebbe venuto fuori.
Arriviamo al 2 novembre 1986, cosa ricorda?
Non c’erano le condizioni ideali. Ma avevo dormito bene e non mi capitava spesso. Avevo una serenità pazzesca.
Talmente sereno da mangiare una pasta con i funghi la sera prima?
Più o meno. Andai da Giovanni, un amico ristoratore abruzzese e già ci mise al tavolo con una compagnia. Chiesi la solita pasta al pomodoro, lui mi rispose di che avrebbe fatto lui e di fidarsi che avrei vinto. Portò un trittico di primi, tra cui una pasta pasticciata con qualche funghetto. Se fossi stato nervoso non l’avrei mangiata. Invece lo feci, andai a piedi in hotel e la mattina feci la mia solita colazione. Non come Bordin, che si cucinava pasta anche prima della gara.
Veniamo alla maratona, come andò?
Alla mezza il passaggio fu velocissimo, in 1h3’30’’. Quando qualcuno si staccava ero sereno. Ma quando ho visto che si era staccato Pizzolato, che l’aveva vinta due volte, mi sono gasato.
E il momento decisivo quale fu?
Quando mi accorsi al 30° chilometro che si staccò anche l’australiano Rob De Castella, già campione del mondo, un amico che portai a Brescia a correre anche ad una manifestazione del San Rocchino. In quel momento ci fu un attimo di panico, anche perché mi ritrovai solo nel Bronx, senza pubblico. E senza il riferimento cronometrico dell’auto ufficiale. Era dietro di me, mi diede fastidio...

E l’arrivo?
È stata dura. Il saliscendi di Central Park ti prova. Ma quando ho scavallato l’ultima salitella, ai -100 metri, mi sono detto:«Gianni, l’hai combinata grossa». Da lì in poi mi sono sentito un palombaro: ero irrigidito per l’emozione, non solo alle gambe, ma tutto il corpo.
Ha mai pensato che in una maratona così ondulata è stato avvantaggiato dall’essere cresciuto a Lumezzane?
Mi ha sicuramente allenato tantissimo. Le salite e le discese le facevo tutti giorni.
Qualcuno dice che New York vale più delle Olimpiadi, concorda?
Magari quello no, però è come la Parigi-Roubaix del ciclismo. A me il pallino venne cinque anni prima, un sabato pomeriggio, appena prima di Fukuoka. Ho visto la differita della maratona di New York in tv, mi colpì il finale e mi dissi che ci sarei andato un giorno. Dovevo riposare, invece mi gasai così tanto che uscii a fare 20 chilometri a tutta.

La scuola italiana è stata fortissima negli anni ’80, ora dominano keniani ed etiopi. Un giorno un azzurro potrà tornare a vincere New York?
Ho sentito Yeman Crippa dire che punta a farlo. Non sarà facile, ma mi piacerebbe tanto perché un grande atleta e una grande persona. Sarebbe bello che un giorno il nostro club si aggiornasse. Per il futuro vedo bene anche Riva, oltre a lui.
Torniamo al 1986. Ma come si festeggia, dopo una vittoria così?
Sempre nel solito ristorante del pre-gara. Poca gente al tavolo stavolta, quelli che hanno contribuito al successo. Arrivò la torta e Giovanni mi portò però a conoscere il senatore Ted Kennedy. Fu emozionante. Poi presi una Limousine e andai in discoteca a ballare. Fino alle 2, niente di che. Ero sveglio dalle 6....

Fu anche una promessa mantenuta, quella vittoria...
Nel dicembre 1985 mi ritrovai alla Domenica Sportiva in tv con Orlando Pizzolato, gli dissi che sarei andato a New York per batterlo.
Tra voi c’era grande rispetto ma vi guardavate in cagnesco, è vero?
C’era una rivalità forte. Non solo tra noi due, ma tra due scuole: quella del dottor Rosa di Brescia e quella più «federale» di Ferrara dove si allenava Pizzolato.
Che rapporto aveva con Rosa?
Per me è stato importante. Mi prese da dilettante quando facevo l’operaio, riuscì a farmi avere un invito nel 1981 per Fukuoka, dove arrivai quarto facendo il mio primo record italiano. Mi fece avere il contratto con Ellesse, che all’epoca investì molto per fare da sponsor a New York e cercava qualcuno con cui vincere. Mi ha fatto correre ovunque con ottimi risultati. Mi spiace solo che quel giorno a New York dovette vedere la gara in hotel e non potei abbracciarlo all’arrivo.
Come valuta la sua carriera?
Molto longeva e New York è stata la ciliegina sulla torta, ha valorizzato una programmazione fatta bene. Ho corso 12 anni ad alto livello, altri solo cinque. Bordin ha vinto Boston e Olimpiadi, io posso dire di aver corso forte più a lungo e anche questo ha un valore.
È vero che voleva correrla di nuovo nel 2026, a quasi 69 anni (li compie giovedì), quella gara mitica?
Sì, purtroppo ho avuto un problema al polpaccio, un po’ trascurato all’inizio. Mi fermavo e poi ripartivo, ma avevo dolore. Ho fatto un’ecografia e ho scoperto uno strappo. Peccato, anche perché era legata ad un progetto benefico.

Però sarà ancora lì, le ha contate le volte?
Sì, sono 22 anni che accompagno i maratoneti. Il giorno prima facciamo un briefing, li tranquillizzo e li motivo. Tanti alla prima vogliono fare proprio questa: per me è un po’ troppo, ma New York ha un fascino incredibile.
Anche per chi l’ha vinta?
Sicuramente. Quest’anno poi si festeggiano i 50 anni dalla prima partenza da Staten Island. Il New York Runners Club ha invitato tutti i vincitori, troverò molti amici della mia generazione.
Che differenza c’è con quelli di oggi?
Ora sono atleti fenomenali, i guadagni che hanno sono meritatissimi, ma c’è molto studio dietro tra scarpe e integrazione. Noi andavamo avanti ad acqua...




