Di padre in figlio, in casa Foresti, si cresce a pane e pallanuoto. O meglio, molta pallanuoto e decisamente meno pane, considerato che stiamo parlando di due atleti di altissimo livello che, nell’arco di 15 anni, si sono avvicendati nel vestire la calottina biancazzurra dell’An Brescia.
Giovanni e Matteo, classe 1977 il primo, 2007 il secondo. Giovanni, in realtà, ha vestito i colori della Leonessa prima e della Brixia poi, lasciando la formazione di A1 per scendere in A2 con l’allora Pallanuoto Brescia; Matteo è nato e cresciuto invece nell’An Brescia. E, in famiglia, non sono i soli con la pallanuoto nel sangue, perché c’è anche il fratello del primo e zio del secondo, Emanuele (classe ’83), che ha vestito i colori biancazzurri sia dell’allora Leonessa e per poi raggiungere il fratello sempre in città in A2.
Affinità
In comune, oltre ai colori, un allenatore: Alessandro Bovo, che ha guidato Giovanni per tre stagioni e che ha accolto Matteo in prima squadra quest’anno. Giovanni, a Brescia ha conquistato lo storico primo scudetto nel 2003, poi anche due Coppe Len (2003 e 2006); nel suo palmares anche una Coppa delle Coppe a Firenze e 2 argenti in World League e ai Giochi del Mediterraneo con il Settebello. Poi la carriera di allenatore, cominciata in A2 a Brescia e proseguita fra Treviglio e la sua città natale Bergamo.
La carriera di Matteo, nonostante la giovane età, può già vantare un’esperienza in serie C a Treviglio (in prestito) sotto la guida di papà Giovanni, due anni in A2 e quello appena trascorso in B con il Brescia Waterpolo. Se a Brescia Giovanni è arrivato da giocatore già fatto, Matteo sta cominciando proprio da qui. «A Brescia ho vissuto gli anni più belli della mia carriera – ricorda Giovanni –, forse avremmo potuto vincere anche qualcosa di più, ma quella finale scudetto contro la Pro Recco conquistata a Genova in gara-5, con tutte i successi della serie in trasferta rimarrà epica».
Emozione
Sabato era a Mompiano a gustarsi il primo gol di Matteo in A1. «Non mi capita spesso di assistere ai suoi incontri – sottolinea Giovanni – l’importante per me è vederlo felice e divertirsi nel giocare. Di me rivedo in lui, innanzitutto, la passione e la determinazione ed è fondamentale. A livello tecnico può contare come me su una buona base di nuoto e buone gambe. Poi ha ancora tutto da migliorare».
Passione vera
Chi si aspetta un rapporto ossessionante fra i due ha sbagliato indirizzo. «Sono cresciuto andando a vedere le sue partite, ma lui non ha mai insistito per farmi giocare. A 9 anni, dopo molte mie insistenze, ha acconsentito – spiega Matteo –. Io ho sempre cercato di imparare da lui perché lo stimo e so quello che ha raggiunto nella sua carriera, ma non ho mai subito particolari pressioni da parte sua, eccetto quell’anno che mi ha allenato a Treviglio, perché ovviamente pretendeva da me il massimo. Ma l’ho vissuto come un insegnamento per migliorare sempre».
Giovanni sa che suo figlio è in mani sicure: «Garantisco personalmente per averlo vissuto da giocatore che Bovo è l’allenatore più bravo che ci sia. Io e Matteo parliamo comunque di pallanuoto a casa, abbiamo rivisto le partite che ha giocato e qualche consiglio non l’ho certo lesinato, ma in un clima di confronto fra due appassionati di questo sport».
Versione confermata da Matteo: «Cerco di imparare da tutti; da Bovo con cui ho un rapporto bellissimo, dai miei compagni più esperti e poi da mio padre, al quale chiedo sempre di spiegarmi situazioni che magari in acqua non sono così chiare. Ho il privilegio di poter contare su due allenatori, sta a me far fruttare questa fortuna». Insomma, anche a parole, buon sangue non mente.



