La festa è andata avanti fino alle 2 dentro l’Hotel du Vin a Birmingham. A Casa Atletica Italiana niente hamburger e patatine, come Alessandra Bonora aveva immaginato finita la gara, ma pasta, carne e la voglia di non far finire una domenica che la quattrocentista bresciana difficilmente dimenticherà.
Sullo schermo scorrono le immagini della 4x400 femminile appena salita sul terzo gradino del podio europeo, intorno a Bonora ci sono compagne, riserve e tecnici. L’Italia regina d’Europa celebra la propria notte perfetta e Alessandra stringe tra le mani la prima medaglia internazionale da grande.
È stato il giorno più bello della sua carriera?
«Sicuramente. Direi che tutto l’Europeo rappresenta finora il punto più alto, sia per la staffetta, sia per la gara individuale. Sono momenti che fanno capire quanto i sacrifici vengano ripagati. Penso che questa medaglia possa sbloccarmi e aprire molte porte. La premiazione e la festa a Casa Italia sono state emozionanti».
Quando ha saputo che avrebbe corso la prima frazione cosa ha pensato?
«Ero un po’ preoccupata. Avevo corso la prima frazione soltanto agli Europei Under 23 di Tallinn nel 2021 e poi non l’avevo più fatta. È un 400 che parte dai blocchi e c’è anche l’ansia della partenza. Allo stesso tempo ero emozionata all’idea di lanciare la staffetta. Mi sono fidata delle scelte dei tecnici e sapevo di aver appena corso il personale nella gara individuale, quindi ero consapevole di fare bene».
Quale era la missione?
«Portare la seconda frazionista nella posizione migliore. Dovevo cercare di arrivare più avanti che potevo. Non era facile perché le avversarie erano molto forti».
Come ha vissuto il suo giro di pista?
«Ho visto subito l’olandese recuperarmi dopo circa trecento metri. Ho cercato di restare lucida. Davanti avevo la francese e ho continuato a puntare lei. Nonostante la stanchezza ho provato a correre il più sciolta possibile, senza farmi prendere dalla fatica».
Quando ha consegnato il testimone ha incominciato a credere davvero in questa medaglia?
«Quando ho visto Anna (Polinardi, ndr) arrivare alla corda in terza posizione ho cominciato ad assaporarla. Mi sono fidata delle altre perché sapevo che avrebbero corso molto bene. Poi Alice ed Eloisa (Mangione e Coiro, ndr) hanno fatto due frazioni fantastiche».

Sul podio cosa ha provato?
«Ero emozionata perché c’era tantissimo pubblico e anche i miei genitori. Mi sono ritrovata attaccata alla Klaver, che è una delle quattrocentiste più forti d’Europa e del mondo. Ho pensato: “Ma io sono davvero qui accanto a lei?”. È stata una sensazione assurda. Devo ancora realizzarla».
È stata importante la scelta di allenarsi in Brianza?
«È stata decisiva. Ora mi alleno in maniera professionistica. Negli ultimi anni lavoravo sempre da sola e quella situazione stava cominciando a pesarmi. Con il gruppo che ho oggi sembra quasi che le fatiche si dimezzino. Gli allenamenti diventano più leggeri e mi diverto. Non vedo più l’atletica soltanto come fatica, ma provo piacere nell’andare al campo».
Con chi condivide gli allenamenti?
«Luca Sito, Vladimir Aceti e altri velocisti».
Che effetto fa essere nella Nazionale più forte di sempre?
«Il nostro risultato è nato anche dalle medaglie conquistate dagli altri. In squadra siamo amici e vedere un compagno vincere o fare qualcosa di importante ti trasmette una carica incredibile. Il bronzo di Micol Majori mi ha dato ancora più motivazione. Non volevo essere da meno».
Da Birmingham cosa porta a casa oltre alla medaglia?
«Tanta consapevolezza dell’atleta che sto diventando e di quella che voglio diventare. Ho raggiunto risultati che magari qualche tempo fa non avrei nemmeno immaginato. Prima erano sogni, poi sono diventati obiettivi e adesso sono realtà. Torno a Brescia con maggiore autostima».



