Scuola

Ritorno a scuola, la psicologa: «Il voto non definisce il valore»

Maddalena Garzoni dello studio di psicologica Elpis: «Evitiamo di fare troppe domande: lasciamo che siano loro, se ne avvertono il bisogno, a raccontarci preoccupazioni e ansie»
Daniela Affinita
Primo giorno di scuola per moltissimi studenti - Foto Ansa/Tino Romano © www.giornaledibrescia.it
Primo giorno di scuola per moltissimi studenti - Foto Ansa/Tino Romano © www.giornaledibrescia.it

La scuola ricomincia e con essa tornano zaini, sveglie, compiti, interrogazioni e orari da rispettare. Per molti bambini e ragazzi settembre è però anche il momento in cui riemergono paure, insicurezze e preoccupazioni. C’è chi fatica a separarsi dai genitori, chi teme i compagni, chi ha paura dei voti e chi, soprattutto tra gli adolescenti, manifesta il proprio disagio con rabbia, chiusura o apparente svogliatezza.

Ma come distinguere la normale agitazione per il rientro da un’ansia che invece merita attenzione? E soprattutto, come possono comportarsi i genitori? Ne parliamo con Maddalena Garzoni, psicologa e psicoterapeuta, dello studio di psicologia Elpis, che ci aiuta a leggere i segnali dei nostri figli e offre alcuni consigli pratici per accompagnarli nella ripartenza senza aumentare la pressione.

Dottoressa Garzoni, perché il ritorno a scuola può generare ansia?

Il rientro a scuola significa tornare a regole, responsabilità, aspettative e relazioni. Per i bambini pesa soprattutto il distacco dalla famiglia, mentre per gli adolescenti conta molto lo sguardo dei coetanei e la paura di non essere all’altezza. La classe diventa uno spazio sociale nel quale sentirsi accettati, adeguati e riconosciuti. Il timore non riguarda quindi soltanto il rendimento, ma anche il confronto con i coetanei e la paura di non essere all’altezza. Il consiglio pratico: evitiamo di riempirli di domande sul rientro. Creiamo un clima sereno e lasciamo che siano loro, se ne sentono il bisogno, a raccontarci eventuali preoccupazioni.

La dottoressa Maddalena Garzoni
La dottoressa Maddalena Garzoni

Quali sono le paure più frequenti? Sono diverse tra bambini e adolescenti?

Sì, nei bambini troviamo più facilmente l’ansia legata alla separazione dai genitori, al rapporto con gli insegnanti e alla necessità di inserirsi nel gruppo. Negli adolescenti, invece, diventano centrali il giudizio dei coetanei, il confronto e la paura di non essere all’altezza delle aspettative. Anche il voto può assumere un significato diverso: non viene più percepito soltanto come la valutazione di una prova, ma può essere vissuto come una valutazione della propria persona. Il consiglio pratico: ricordiamo ai nostri figli che un voto riguarda una prestazione, non definisce il loro valore. Un’insufficienza può essere affrontata e recuperata, ma non deve mai diventare una misura dell’amore o della stima che proviamo per loro.

Come possiamo capire quando siamo di fronte alla normale agitazione del rientro e quando invece dobbiamo preoccuparci?

La normale agitazione è transitoria e tende a ridursi con la ripresa della routine. Dobbiamo preoccuparci quando compaiono blocco, evitamento della scuola, irritabilità, chiusura o ritiro sociale persistenti. Il consiglio pratico: osserviamo quando compaiono i sintomi, quanto durano e se sono legati alla scuola. Il corpo può esprimere un disagio difficile da raccontare.

Un adolescente che dice «non voglio tornare a scuola» va sempre preso sul serio?

Sì, va ascoltato senza banalizzare, nell’adolescenza l’ansia spesso non si presenta con il pianto o con una richiesta esplicita di aiuto, ma può nascondersi dietro irritabilità, svogliatezza, chiusura o apparente disinteresse. Per questo è importante non fermarsi alla superficie del comportamento. Dire «non ho voglia» può significare anche «ho paura di non farcela» oppure «non mi sento all’altezza». Questo non significa assecondare il rifiuto della scuola, ma cercare di capire che cosa lo sta alimentando. Il genitore deve essere un alleato emotivo: accogliere la difficoltà senza rinunciare al proprio ruolo educativo. Il consiglio pratico: invece di dire «Sei sempre il solito, non ti interessa niente», proviamo con una frase semplice: «Vedo che in questo periodo sei molto nervoso. C’è qualcosa che ti preoccupa o che ti pesa rispetto alla scuola?».

Quanto incidono oggi voti, aspettative dei genitori e confronto con i compagni?

Incidono molto, il rischio è che il rendimento scolastico finisca per essere percepito come una misura del proprio valore. Anche noi adulti dobbiamo interrogarci sul peso che attribuiamo ai risultati e sulla necessità di intervenire immediatamente davanti a ogni difficoltà. La scuola dovrebbe rimanere anche il luogo nel quale imparare a confrontarsi con l’errore, il limite e la frustrazione. Se proteggiamo continuamente i nostri figli da queste esperienze, rischiamo di non aiutarli a sviluppare gli strumenti necessari per affrontarle. Il consiglio pratico: attenzione anche all’ipercontrollo. Non è necessario verificare continuamente voti, note e registro elettronico. Lasciamo ai ragazzi uno spazio di responsabilità, naturalmente compatibile con la loro età, per imparare anche dai propri errori.

È importante evitare l'ipercontrollo - Foto Ansa/Tino Romano © www.giornaledibrescia.it
È importante evitare l'ipercontrollo - Foto Ansa/Tino Romano © www.giornaledibrescia.it

E se l’ansia non passa? Quando è il momento di chiedere aiuto?

Quando la sofferenza non si riduce con il ritorno alla routine e comincia a interferire significativamente con la vita quotidiana, con la scuola e con le relazioni, è importante non aspettare troppo. Se il rifiuto scolastico diventa sistematico, se il ragazzo si isola, se compaiono sintomi fisici ricorrenti o una forte sofferenza emotiva, è opportuno confrontarsi con un professionista dell’età evolutiva e dell’adolescenza. L’obiettivo non è semplicemente far tornare il ragazzo in classe a tutti i costi, ma comprendere che cosa sta impedendo il suo percorso e aiutarlo a ritrovare gli strumenti per affrontarlo. Il consiglio pratico: chiedere aiuto non significa che c’è qualcosa che «non va» nel proprio figlio o nella propria famiglia. Significa accorgersi di una difficoltà e intervenire prima che possa diventare più grande.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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