A Remedello si superano di poco i 3.400 abitanti, ma gli allevamenti e le aziende zootecniche sono decine. Potremmo azzardare a dire che ci sono più animali che persone. Ecco che la necessità di manodopera ha attirato diverse famiglie immigrate, soprattutto dal Punjab e dal nord Africa. Qui si lavora, quindi, ma si vive, soprattutto. Si mette su famiglia e nascono bambini, come ovunque nel mondo.
Professor Michele Iammarino, lei è il dirigente dell’Istituto Omnicomprensivo Bonsignori che accoglie alunni dai 3 ai 14 anni di tre Comuni, Acquafredda, Visano e Remedello. Siete tra gli istituti bresciani con più studenti stranieri. Come vi organizzate?
Il fenomeno della presenza degli studenti stranieri a scuola è complesso da inquadrare, ma posso dire che la ricetta per far funzionare bene le cose è avere risorse, economiche e umane.
Perché?
Noi consideriamo stranieri gli alunni non italiofoni: alcuni che hanno nazionalità e cognomi stranieri, infatti, sono nati qui, hanno frequentato la scuola dell’infanzia e, non è raro, parlano italiano in casa, quindi non hanno certo bisogno di supporti. Dividiamo tra Nai (neo arrivati in Italia) e quelli che sono qui da uno o due anni. Gli interventi sono diversi e continui. Per i primi ci sono corsi di alfabetizzazione, ma per i secondi, nonostante conoscano già la lingua, se ne organizzano per alzare il livello. Non solo: con la collaborazione degli enti locali, abbiamo attivato anche corsi di alfabetizzazione per adulti nei quali si spiega anche come funziona la scuola come il registro o i colloqui.
Si va oltre la lingua immagino?
Con gli alunni il lavoro di inclusione non finisce mai, ma come le dicevo i tagli ci sono stati ed è difficile. Dobbiamo trovare alternative per organizzare i corsi. Facciamo i salti mortali. Bellissime, però, le esperienze che vengono fuori come durante la Giornata della lingua madre: i ragazzi della secondaria vanno all’asilo a leggere ai piccoli libri in lingua. C’è differenza sall’infanzia seguono il normale percorso, ma con una maggiore attenzione per consentire l’alfabetizzazione; mentre dalla primaria ci sono veri e proprio corsi.
Per quanto riguarda la cultura?
Ci sono delle attività per favorire l’integrazione e l’inclusione come «Intreccio», che coinvolge le mamme e ne favorisce la socializzazione e promuove l’alfabetizzazione. Le capofila sono due madri, una del Punjab, l’altra del Maghreb. Con alcune culture, però, è più difficile, sono meno interessate all’integrazione per una questione culturale.
Di contro i bambini italiani come reagiscono?
Sono molto accoglienti. Per i bambini non c’è differenza di colore, religione o cultura. Qualche problema emerge in preadoloscenza, ma tra pari non ci sono problemi di integrazione.
Le soddisfazioni?
Vedere un alunno che non parlava italiano arrivare alle medie all’eccellenza.




