Voltolini: «Perché la medicina di genere fa bene anche gli uomini»

La vicepresidente dell’Ordine dei Medici spiega i benefici dell’approccio: «Più precisione, appropriatezza, personalizzazione, equità e sostenibilità». Ecco quali sono le applicazioni concrete
Annalisa Voltolini, medica ortopedica vicepresidente dell'Ordine dei Medici di Brescia
Annalisa Voltolini, medica ortopedica vicepresidente dell'Ordine dei Medici di Brescia
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Non è una tendenza del momento né un capitolo separato della sanità. La medicina di genere è un approccio scientifico che nasce da un’evidenza: uomini e donne non si ammalano allo stesso modo, non presentano sempre gli stessi sintomi e non rispondono in maniera identica alle terapie. Un infarto può presentarsi in modo diverso, una malattia autoimmune avere incidenze diverse, un farmaco determinare effetti differenti. Ignorare queste variabili può tradursi in diagnosi tardive o trattamenti meno efficaci. Considerarle, invece, significa rendere la medicina più precisa, più appropriata e capace di garantire a tutti le stesse opportunità di salute. Ne abbiamo parlato con Annalisa Voltolini, medica ortopedica vicepresidente dell’Ordine dei Medici di Brescia nonché coordinatrice della Commissione sulla Medicina genere-specifica dell’Ordine.

Dottoressa Voltolini, cos’è la medicina di genere?

L’Organizzazione mondiale della Sanità definisce la medicina di genere come lo studio dell’influenza delle differenze biologiche (definite dal sesso) e socio-economiche e culturali (definite dal genere) sullo stato di salute e di malattia di ogni persona. La stessa Oms nel 2000 inserì questo approccio nell’«Equity act» affermando che l’equità tra uomo e donna passa non solo per l’accesso alle cure, ma anche per l’appropriatezza di cura a seconda del genere. E nel 2014 identificò il genere come tema imprescindibile della programmazione sanitaria.

Facciamo un passo indietro, come è nata nel mondo la sensibilità verso questa tematica?

Elena Ortona, direttrice del Centro di medicina di genere dell’Istituto superiore di sanità, sostiene che in medicina il corpo delle donne abbia a malapena quarant’anni di storia. Per molto tempo l’impostazione è stata infatti androcentrica: gli studi clinici venivano condotti prevalentemente su soggetti maschi, nella convinzione – rivelatasi errata – che, al di là delle differenze degli apparati sessuale e riproduttivo, uomini e donne fossero sostanzialmente equivalenti. La consapevolezza di questa distorsione ha iniziato a emergere negli anni Settanta.

Quali conseguenze ha avuto questa distorsione?

Le conseguenze sono state rilevanti: per anni le donne hanno ricevuto trattamenti meno efficaci e, in molti casi, hanno sperimentato effetti collaterali più gravi.

Poi cosa è successo?

Nel 1991, per la prima volta, la «questione di genere» è stata posta in modo esplicito in medicina, segnando la nascita della medicina di genere. Un contributo fondamentale arrivò dalla cardiologa statunitense Bernardine Healy, che mise in evidenza come le donne colpite da infarto del miocardio rischiassero una diagnosi tardiva. I loro sintomi, infatti, possono essere diversi da quelli tipici degli uomini e per molto tempo non venivano riconosciuti o approfonditi adeguatamente nei pronto soccorso. Richiamandosi a un film del 1983 in cui una donna polacca si finge uomo per poter frequentare una scuola religiosa per studiare il Talmud, Healy coniò il termine «sindrome di Yentl». Con questa espressione indicava la tendenza della medicina alla disparità nei due sessi per quanto riguarda diagnosi, cure, sperimentazioni precliniche e cliniche.

L’Italia come ha recepito queste intuizioni?

L’Italia è stato il primo Paese europeo ad approvare, nel 2018, una legge specifica che ha inserito la MdG nel SSN: l’articolo 3 della legge Lorenzin promuove infatti lo sviluppo della medicina di genere, con l’obiettivo di garantire specificità e parità nella tutela della salute. Da questa legge è nato, nel 2020, un Osservatorio dedicato. È stato inoltre introdotto l’obbligo di formazione specifica su queste tematiche ed è stato varato un piano nazionale per diffondere la medicina di genere negli ospedali e negli Irccs. Il piano si articola in quattro ambiti principali: percorsi clinici, ricerca e innovazione, formazione e aggiornamento professionale, comunicazione e informazione. L’obiettivo è promuovere un approccio capace di migliorare l’appropriatezza e la personalizzazione delle cure, rafforzando allo stesso tempo equità e sostenibilità del sistema.

E la Lombardia?

La Lombardia è stata una delle prime Regioni d’Italia a integrare la medicina di genere nelle regole del proprio sistema sanitario. Era l’anno 2013. Al Civile, dal 2014 a quando sono andata in pensione, il 2023, ho ricoperto l’incarico di responsabile del gruppo di studio sulla medicina di genere.

In termini concreti, quali passi in avanti sono stati compiuti?

Negli ultimi anni sono aumentati gli studi, per esempio nella medicina dello sport, che adottano un approccio orientato al genere. Le ricerche hanno analizzato in particolare le differenze nelle prestazioni cardiocircolatorie, respiratorie e muscoloscheletriche. Questo ha permesso di superare una convinzione diffusa in passato, cioè che l’allenamento delle donne dovesse semplicemente prevedere carichi minori. Oggi sappiamo invece che deve essere diverso: l’organismo femminile risponde in modo differente allo sforzo e necessita, ad esempio, di tempi di recupero più brevi.

Quali altri ambiti sono stati coinvolti?

Tutto è partito dalla Cardiologia, ma l’applicazione della medicina di genere si è progressivamente estesa anche ad altri settori, come l’Immunologia e la neurologia. In Ortopedia, per esempio, in passato esistevano solo misure standard di protesi al ginocchio studiate sul maschio e molte donne, dopo l’impianto, continuavano ad avvertire dolore. Questo perché l’anatomia del bacino e degli arti inferiori e la biomeccanica del loro movimento è diversa. Le donne necessitano quindi di protesi progettate tenendo conto delle loro caratteristiche. L’industria dei dispositivi medici ha progressivamente recepito questa esigenza, così come l’industria farmaceutica. Oggi esistono farmaci sviluppati considerando le differenze di genere: un esempio riguarda alcuni trattamenti per lo scompenso cardiaco. L’impulso in questo senso è arrivato anche dagli Stati Uniti. Alcuni anni fa, su sollecitazione delle compagnie assicurative, furono avviati studi sulle donne coinvolte in incidenti stradali. Si scoprì che molte di loro assumevano lo stesso farmaco e che il dosaggio risultava eccessivo, tanto da provocare sonnolenza. Non si tratta soltanto di una questione di peso corporeo: entrano in gioco anche differenze metaboliche tra uomini e donne.

In questi anni è stato fatto molto in termini di medicina di genere, qual è ora la vera sfida?

La vera inclusione della medicina di genere nella pratica clinica. Affinché il processo sia a regime servono ancora 5-10 anni.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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