Salute e benessere

The Plastic Detox, perché le microplastiche sono (anche) dentro di noi

Dal documentario Netflix agli studi su sangue e cervello. La svolta per ridurre gli imballaggi parte dalle alternative e dai negozi sfusi a Brescia
Giulia Camilla Bassi
Microplastiche nel piatto
Microplastiche nel piatto

Per anni ci hanno convinto che il problema della plastica fosse una questione prevalentemente di educazione civica. Il cattivo cittadino che abbandona la bottiglietta, il turista incivile che lascia il sacchetto sulla spiaggia. Un problema di comportamenti individuali, risolvibile con buona volontà e qualche campagna di sensibilizzazione. Una narrazione assolutamente veritiera, certo, ma anche comoda, soprattutto per chi la plastica la produce. Oggi sappiamo che era anche una narrazione incompleta.

La plastica non è un semplice problema di costume, ma è profondamente sistemico. Un problema che ha colonizzato le nostre vite molto più in profondità di quanto vogliamo ammettere. È negli imballaggi del cibo, nei cosmetici, nei tessuti sintetici, nei giocattoli dei bambini. Ma soprattutto, ed è qui che il dibattito cambia registro, è dentro di noi.

Micro e nanoplastiche dentro di noi

Microplastiche e nanoplastiche, infatti, sono state riscontrate nel sangue, nei polmoni, nel latte materno, nella placenta. Persino nel cervello: uno studio pubblicato nel 2025 su Nature Medicine ha rilevato la presenza di micro e nanoplastiche in campioni cerebrali post-mortem, oltre che in fegato e reni.

Un team di ricercatori olandesi ha trovato particelle plastiche nel sangue di 17 volontari sani su 22: non persone esposte a rischi particolari, ma adulti provenienti dalla popolazione generale. Anche alcuni studi recenti, tra cui una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine, hanno iniziato a indagare il possibile legame tra presenza di microplastiche nell’organismo e rischi per la salute, in particolare sul piano cardiovascolare.

Su Netflix

A mettere tutto questo al centro dell'attenzione pubblica è arrivato anche The Plastic Detox, il nuovo documentario Netflix che sta facendo discutere. Il film segue sei coppie con problemi di fertilità, che decidono di ridurre la propria esposizione alla plastica nella speranza che questo possa aiutarle nel percorso verso una gravidanza.

Il documentario non offre una risposta semplice, né trasforma la riduzione della plastica in una promessa. Ma intercetta una preoccupazione sempre più diffusa: il rapporto tra esposizione quotidiana a plastiche, additivi chimici, interferenti endocrini e salute riproduttiva. Netflix non è ovviamente un attivista, ma quando una piattaforma da trecento milioni di abbonati porta certi temi nel salotto di casa, qualcosa nel dibattito pubblico si sposta.

E quindi, alla fine, la domanda che rimane più concreta è: cosa possiamo fare, davvero, nella vita di tutti i giorni?

La prima rivoluzione possibile parte dalla spesa. Negli ultimi anni i negozi di sfuso sono tornati a farsi spazio anche in città (Brescia compresa) proponendo un modo diverso di acquistare: pasta, riso, legumi, cereali, frutta secca, spezie, detersivi, saponi, cosmetici e prodotti per la casa venduti senza imballaggi monouso. Si arriva con i propri contenitori o con sacchetti (di carta!) riutilizzabili, e si compra solo la quantità necessaria. Un gesto semplice che riduce gli imballaggi e abolisce quelli in plastica. Lo sfuso, in questo senso, non è soltanto un’alternativa ecologica. È anche un modo per rallentare, scegliere, organizzarsi. Per ricordarsi che molta plastica non è indispensabile, ma è solo stata normalizzata dal modello di consumo capitalista.

Buone abitudini

Accanto allo sfuso, esistono poi molte altre alternative quotidiane. Alcune sono già entrate nelle abitudini di molti: la borraccia al posto delle bottigliette, le borse riutilizzabili per la spesa, i contenitori in vetro per conservare gli alimenti, i taglieri in acciaio, i coperchi in cotone biologico al posto della pellicola monouso. Altre richiedono un piccolo cambio di mentalità: scegliere detersivi alla spina, preferire ricariche concentrate, usare saponi solidi, ridurre i prodotti confezionati singolarmente, portare con sé un contenitore quando si compra cibo da asporto. Anche il bagno, spesso pieno di flaconi, tubetti e confezioni, può diventare uno spazio di sperimentazione. Shampoo solidi, detergenti in refill, spazzolini con materiali alternativi, cosmetici con packaging in vetro sono soluzioni sempre più diffuse.

Non tutte sono adatte a tutti, e non sempre la scelta più sostenibile è anche la più comoda o economica. Ma il cambiamento passa anche da qui: dal provare, dal sostituire poco alla volta, dal capire quali abitudini possono funzionare davvero nella propria vita.

Ma il plastic detox nasconde anche sorprese meno ovvie, dettagli che sfuggono proprio perché li diamo per scontati. Gli scontrini termici, per esempio, e le ricevute del bancomat: la loro superficie è rivestita di bisfenolo A, un interferente endocrino che si trasferisce sulla pelle al semplice contatto.

Certo, è scontato dire che la plastica non sparirà dalle nostre vite domani. Ma una parte della plastica che usiamo ogni giorno può già diminuire oggi. Non serve trasformare ogni scelta in una prova di coerenza assoluta, né pensare che il cambiamento dipenda solo dai singoli consumatori. Servono politiche, filiere, aziende più responsabili, alternative accessibili. Ma serve anche uno sguardo diverso sulle nostre abitudini quotidiane.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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