Salute e benessere

Allenarsi senza sentirsi giudicate: il boom delle palestre per sole donne

Anche a Brescia il fenomeno cresce: dalle fitness boutique alle aree dedicate nelle palestre tradizionali, si cercano ambienti in cui allenarsi sentendosi più libere e a proprio agio
Giulia Camilla Bassi
Anche a Brescia esistono palestre o spazi fitness per sole donne
Anche a Brescia esistono palestre o spazi fitness per sole donne

Stessi bilancieri, stessi attrezzi, stessa fatica. A cambiare è soprattutto ciò che non c’è: gli sguardi maschili percepiti come invadenti, il timore di essere giudicate, ma anche il disagio di mostrare un corpo che non corrisponde ai modelli continuamente proposti dai social network. Le palestre per sole donne non sono una novità assoluta, ma negli ultimi anni stanno occupando uno spazio sempre più visibile nel mercato del fitness. E il fenomeno è arrivato anche a Brescia e provincia. Le formule sono certamente differenti. Ci sono centri interamente riservati a una clientela femminile, studi di personal training nei quali si lavora individualmente o in piccolissimi gruppi e palestre tradizionali che hanno ricavato al proprio interno aree accessibili soltanto alle socie.

Donne per le donne

A conoscere bene le ragioni di questa scelta è Gaia Botticini, personal trainer specializzata nell’allenamento femminile e ceo di Ladies Gym Club, in via Chiappa. Il suo non è un centro fitness tradizionale ad accesso libero, ma uno spazio privato nel quale una squadra di professioniste segue esclusivamente donne. «Il centro non è nato semplicemente dall’idea di aprire una palestra per donne, ma come uno spazio di personal training privato – spiega Botticini –. Il mio team è composto da professioniste esperte nel fitness e nel benessere femminile, preparate a conoscere le esigenze specifiche del corpo della donna. Lavoriamo soltanto con donne e molte ragazze ci raccontano di sentirsi più a loro agio, meno giudicate e più motivate a prendersi cura di sé».

Gaia Botticini
Gaia Botticini

La scelta di una personal trainer donna, secondo Botticini, nasce anche dalla sensazione di potersi raccontare con maggiore libertà. «Pensano che una donna possa conoscere e comprendere meglio un’altra donna, dalle questioni ormonali alle trasformazioni che il corpo attraversa nelle diverse fasi della vita. Si sentono più libere anche nel mostrare i punti sui quali vorrebbero lavorare». A questo si aggiungono esperienze meno piacevoli vissute negli ambienti misti. «Capita di ascoltare donne che raccontano di aver ricevuto approcci indesiderati o di essersi sentite a disagio per il modo in cui venivano guardate o anche toccate dal personal trainer durante la correzione di un esercizio. In un ambiente femminile, invece, avvertono una maggiore tranquillità».

Non significa che ogni palestra mista sia poco accogliente o che ogni donna desideri necessariamente separarsi dagli uomini. Il successo di questi spazi, tuttavia, solleva una domanda che riguarda l’intero settore: perché una parte della clientela femminile sente il bisogno di allontanarsi dagli ambienti condivisi per riuscire a concentrarsi sul proprio allenamento?

Gli spazi in città

In città, il Wellness Club Only for Women in via Sant’Angela Merici si presenta come una fitness boutique di 500 metri quadrati esclusivamente femminile, con percorsi personalizzati, pilates, allenamento funzionale e programmi dedicati anche alla menopausa e all’invecchiamento attivo. La sede bresciana di Fitinn, in via Pusterla, invece, dispone di una «Ladies’ Gym» separata dal resto della palestra, con attrezzature cardio e di forza all’avanguardia.

Accanto agli spazi dichiaratamente femminili stanno inoltre emergendo formule che, pur essendo aperte a chiunque, rispondono allo stesso desiderio di privacy. È il caso di Bulb in via Triumplina, dove gli studi attrezzati possono essere prenotati a ore attraverso un’app. L’accesso avviene autonomamente tramite una chiave digitale e, scegliendo la formula privata, è possibile avere lo spazio interamente a disposizione e allenarsi da soli, con il proprio personal trainer oppure in compagnia di persone conosciute.

Fitness boutique

In provincia c’è poi il modello della fitness boutique. A Manerbio, Eden propone sessioni esclusivamente femminili su appuntamento, con non più di quattro donne presenti contemporaneamente e una trainer che segue l’intero allenamento. La promessa è quella di offrire riservatezza, limitare le attese davanti agli attrezzi ed evitare la sensazione di essere osservate.

La platea interessata è molto più ampia di quanto si potrebbe pensare e attraversa quasi tutte le generazioni. «Nel centro seguiamo ragazze di 16 anni che iniziano ad avvicinarsi al mondo della palestra e donne di 60 o 70 anni, magari con alcune problematiche – racconta Botticini –. Mi capita spesso, soprattutto quando arriva l’estate, di incontrare donne di 27, 30 o 35 anni che non si sono mai allenate e dicono: “Non sto più facendo niente, non mi alleno, mangio male e voglio rimettermi in forma”».

Allenamento al femminile, però, non significa necessariamente esercizi più semplici o discipline tradizionalmente associate alle donne. Per Botticini, quando l’obiettivo è lavorare sulla salute e sulla composizione corporea, i pesi restano centrali. «Se si vuole migliorare sia in ambito di salute sia in ambito estetico, la sala pesi rimane la cosa migliore, tenendo conto della composizione corporea e delle eventuali problematiche».

Lo sport femminile in tv

Il tema dello sguardo sul corpo femminile non si ferma, però, alla porta della palestra. Riguarda anche il modo in cui lo sport delle donne viene mostrato al pubblico. Nel giugno scorso la European Broadcasting Union e European Athletics hanno pubblicato «Raising the Bar», una guida di 23 pagine per una copertura rispettosa dell’atletica femminile. Non si tratta di un divieto imposto per legge a tutte le televisioni europee, ma di indicazioni operative rivolte alle emittenti e alle squadre di produzione che seguono le competizioni di atletica.

Le raccomandazioni invitano a evitare riprese insistite su singole parti del corpo, telecamere collocate molto in basso o alle spalle delle atlete e rallenty che non aggiungono nulla alla comprensione del gesto tecnico. Una particolare cautela viene richiesta nelle fasi in cui le sportive si piegano sui blocchi di partenza, ricadono sui materassi o sulla sabbia, sistemano l’abbigliamento o si accasciano a terra dopo l’arrivo. Per le gare di corsa si suggerisce, quando possibile, di riprendere l’atleta frontalmente e di non stringere l’inquadratura al di sotto del bacino. Il documento è stato realizzato ascoltando anche le esperienze delle olimpioniche Holly Bradshaw, Ivana Španović e Blanka Vlašić. L’obiettivo non è rinunciare alle immagini spettacolari né cancellare i rallenty, ma usarli per mostrare la rincorsa, lo stacco, la forza, la precisione e la tecnica, anziché trasformare involontariamente la prestazione in un’esposizione del corpo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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