Ogni minuto conta: in caso di infarto, intervenire rapidamente significa infatti salvare il muscolo cardiaco e ridurre il rischio di danni permanenti. A spiegarlo è il dottor Delio Tedeschi, cardiologo dell'Unità Operativa di Cardiologia dell'Istituto Clinico Sant'Anna, ospite della puntata di Obiettivo Salute dedicata alla prevenzione cardiovascolare.
Dottor Tedeschi, che cos'è l'angioplastica coronarica e perché oggi rappresenta il trattamento di riferimento per l'infarto?
L'angioplastica coronarica è la procedura che ha completamente cambiato la sopravvivenza e l'aspettativa di vita dei pazienti colpiti da infarto. Si tratta di un intervento percutaneo, quindi minimamente invasivo, oggi diffuso in numerosi ospedali, compresi diversi centri della provincia di Brescia. Attraverso una semplice puntura, generalmente a livello dell'arteria del polso, si raggiunge il cuore con dei sottili cateteri. Da qui interveniamo direttamente sulla coronaria ostruita, che nella maggior parte dei casi si è chiusa a causa della rottura di una placca aterosclerotica e della formazione di un trombo.

Come si svolge concretamente la procedura?
L'intervento viene eseguito in anestesia locale e non richiede anestesia generale, dopo aver effettuato l'accesso attraverso il polso, introduciamo i cateteri fino alle arterie coronarie. A questo punto utilizziamo dei piccoli palloncini che permettono di riaprire il vaso sanguigno ostruito. Nella maggior parte dei casi viene poi posizionato uno stent, una piccola protesi metallica che mantiene aperta la coronaria e garantisce il corretto passaggio del sangue.
Perché è fondamentale intervenire il prima possibile?
Perché «il tempo è muscolo», prima riusciamo a riaprire la coronaria, maggiore è la quantità di cuore che riusciamo a salvare. La sala di Emodinamica è attiva 24 ore su 24, 365 giorni all'anno, proprio per consentire un trattamento tempestivo. Le linee guida indicano che l'intervento dovrebbe essere eseguito entro 90 minuti dal primo contatto medico. Ogni minuto risparmiato significa limitare il danno al cuore.
Cosa succede se il paziente arriva troppo tardi?
Quando una coronaria rimane chiusa per troppo tempo, il tessuto cardiaco va incontro a necrosi e viene sostituito da una cicatrice, quel muscolo non tornerà più a funzionare come prima. Se il paziente arriva dopo molte ore, il danno è ormai consolidato, dopo circa dodici ore dall'insorgenza dei sintomi, nella maggior parte dei casi la riapertura della coronaria non porta più benefici significativi e, in alcune situazioni, può addirittura essere controindicata.
Esiste quindi una finestra temporale ideale?
Sì, idealmente abbiamo circa dodici ore per intervenire, ma il massimo beneficio si ottiene nelle prime tre ore dall'inizio dei sintomi. È in questa fase che riusciamo davvero a limitare l'estensione dell'infarto e a preservare la funzione del cuore.
C'è ancora chi aspetta troppo prima di chiedere aiuto?
Purtroppo sì. Succede spesso che il dolore compaia durante la notte e che alcune persone decidano di aspettare, sperando che passi da solo, è un errore molto pericoloso. Ogni ritardo aumenta la porzione di muscolo cardiaco che andrà persa, per questo, di fronte a un dolore toracico persistente o ai sintomi tipici dell'infarto, bisogna chiamare immediatamente il 112 e non aspettare che la situazione migliori spontaneamente. Oggi l'angioplastica permette di salvare la vita a migliaia di pazienti, ma la sua efficacia dipende soprattutto dalla rapidità con cui si interviene. Riconoscere i sintomi e attivare subito i soccorsi resta il primo, fondamentale passo per proteggere il cuore.


