Salute e benessere

Fibromi per una donna su quattro, come agiscono le nuove terapie

Il dottor Rossetti: «Sono la più frequente patologia ginecologica benigna, possono ridurre la fertilità e aumentare il rischio di aborto spontaneo. I farmaci antagonisti del GnRH rappresentano un’opportunità per molte pazienti»
I fibromi uterini rappresentano la più frequente patologia ginecologica benigna
I fibromi uterini rappresentano la più frequente patologia ginecologica benigna

Colpiscono tre milioni di donne in tutta Italia. Pur non avendo natura maligna, i fibromi uterini possono compromettere la fertilità, aumentare il rischio di complicanze in gravidanza e incidere in modo significativo sulla qualità della vita. Negli ultimi anni, però, la ricerca ha ampliato le possibilità di cura, mettendo a disposizione nuove terapie farmacologiche e tecniche chirurgiche sempre meno invasive. Per saperne di più ci siamo rivolti al dottor Diego Rossetti, responsabile della Ginecologia dell’Istituto clinico S. Anna di Brescia.

Dottor Rossetti, che cosa sono i fibromi uterini e quanto sono diffusi?

I fibromi uterini rappresentano la più frequente patologia ginecologica benigna e una delle condizioni che più spesso i ginecologi si trovano a trattare. Si stima che interessino circa una donna su quattro, con una maggiore incidenza tra i 40 e i 50 anni. Oltre alle possibili ripercussioni sulla salute e sulla qualità della vita, i fibromi hanno anche un impatto sociale ed economico: possono, infatti, causare assenze dal lavoro e comportare costi significativi legati alle cure e ai trattamenti necessari.

Quali segnali possono indicare la presenza di un fibroma?

I testi riportano che circa la metà delle donne con fibromi non presenta sintomi. Nella pratica clinica, però, un ginecologo attento è spesso in grado di individuare segnali che meritano approfondimento, soprattutto attraverso un’anamnesi accurata e domande mirate.

Diego Rossetti, responsabile della Ginecologia dell’Istituto clinico S. Anna di Brescia
Diego Rossetti, responsabile della Ginecologia dell’Istituto clinico S. Anna di Brescia

Quali sono i campanelli d’allarme da non sottovalutare?

Tra i sintomi più frequenti ci sono il sanguinamento anomalo, il senso di peso a livello pelvico e il mal di schiena.

Quando è consigliabile una visita ginecologica?

È importante non aspettare la comparsa dei sintomi. Le visite ginecologiche periodiche, da eseguirsi una volta all’anno, rappresentano lo strumento più efficace per individuare precocemente eventuali fibromi e monitorarne l’evoluzione.

Un fibroma può compromettere la fertilità o creare problemi durante la gravidanza?

Sì, i fibromi possono ridurre la fertilità e aumentare il rischio di aborto spontaneo nel primo trimestre. Questo avviene sia perché favoriscono uno stato infiammatorio all’interno dell’utero sia perché, per via del loro ingombro, rappresentano un ostacolo.

Quali altre conseguenze possono avere sulla salute?

Possono provocare diversi disturbi. Tra i più frequenti ci sono l’anemia cronica dovuta alle abbondanti perdite ematiche, dolori addominali e, come dicevamo, mal di schiena. In alcuni casi possono comprimere gli organi vicini, come vescica e retto.

Quanto possono diventare grandi?

Si va da pochi millimetri fino a masse di decine di centimetri, che in alcuni casi possono raggiungere anche due o tre chilogrammi di peso. Più della grandezza, però, è la localizzazione a determinare l’impatto sulla salute della donna.

Esistono fattori di rischio che possono favorire la formazione di fibromi?

La genetica ha un ruolo importante. Possono incidere anche il consumo abbondante di carni rosse, il fumo e l’assenza di attività sportiva.

Oggi quali sono le principali opzioni terapeutiche disponibili?

Il primo passo è una diagnosi accurata. Per identificare correttamente un fibroma sono fondamentali la visita ginecologica e un’ecografia di mappatura eseguita con strumenti adeguati. Le terapie mediche non eliminano il problema, ma aiutano a controllare i sintomi. A seconda dei casi si possono utilizzare farmaci antinfiammatori non steroidei (Fans), integratori di ferro e acido folico per contrastare l’anemia, oltre a terapie ormonali come progestinici ed estroprogestinici. In tempi recenti sono, inoltre, arrivati in Italia farmaci, già impiegati da tempo all’estero, che rappresentano un’opportunità per alcune pazienti. Si tratta degli antagonisti del GnRH, che inducono una sorta di menopausa farmacologica controllata. Grazie a una terapia di supporto mirata, è possibile evitare o ridurre sensibilmente i sintomi tipici della menopausa, come vampate, caldane, irritabilità e cefalea. Al Sant’Anna abbiamo già circa 200 pazienti in trattamento con questi farmaci. Naturalmente non sono indicati per tutte: la scelta terapeutica deve essere personalizzata.

Come avviene, invece, l’intervento chirurgico?

Oggi disponiamo di tecniche mininvasive sempre più avanzate che ci consentono di eseguire incisioni molto piccole, spesso inferiori ai 3,5 millimetri. Mi riferisco a quella che viene definita chirurgia “scarless”, cioè con cicatrici minime o quasi invisibili.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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