Un nome che sfugge, un pentolino dimenticato sul fuoco, un episodio che tarda a tornare alla mente. Con l’avanzare dell’età può capitare a tutti. Il problema nasce quando questi episodi diventano frequenti e iniziano a interferire con la vita di ogni giorno, alimentando le preoccupazioni dei familiari. Ne abbiamo parlato con Fabio Guerini, geriatria responsabile dell’Unità operativa di Medicina e Riabilitazione ortogeriatrica dell’Istituto Clinico S. Anna.
Dottor Guerini, quali sono i primi segnali di un possibile decadimento cognitivo?
Il decadimento cognitivo non si manifesta soltanto con la perdita di memoria. Ci sono altri segnali significativi: fare più volte gli stessi acquisti, riempiendo la dispensa di prodotti già presenti; invitare i figli a pranzo e non riuscire più a preparare le ricette di sempre; oppure dimenticare il cibo sul fuoco e bruciare il pranzo o la cena.

Come si distingue il normale invecchiamento da una condizione patologica?
Bisogna prestare attenzione quando il cambiamento ha conseguenze concrete sulla vita quotidiana e compromette l’autonomia della persona. Un errore occasionale può essere normale. Diventa invece un campanello d’allarme quando l’anziano non riesce più a svolgere attività che prima gestiva senza difficoltà. Può accadere, per esempio, che non sia più in grado di guidare perché rischia di perdersi.
A chi bisogna rivolgersi quando emergono questi segnali?
Il primo punto di riferimento è il medico di famiglia. È lui a valutare se il cambiamento rientra nella fragilità legata all’invecchiamento oppure se può nascondere una patologia e richiedere ulteriori approfondimenti.
Quali sono i primi accertamenti da eseguire?
Il medico di famiglia può prescrivere una Tac dell’encefalo, un elettrocardiogramma, gli esami del sangue e un test cognitivo di base. In base ai risultati può indirizzare il paziente a uno specialista. Il percorso può essere neurologico, geriatrico o psichiatrico. Se necessario, la persona viene presa in carico da un Centro per i disturbi cognitivi e le demenze (Cdcd), che si occupa della diagnosi e della cura.
Quali esami possono seguire?
Si può ricorrere alla risonanza magnetica dell'encefalo e a una valutazione neuropsicologica. Sulla base del recente Pdta è inoltre possibile ricercare i biomarcatori ematici, come amiloide e tau, e ricorrere all'imaging molecolare.
Può esserci una correlazione tra decadimento cognitivo e isolamento sociale?
Sicuramente avere una buona vita sociale rappresenta un fattore protettivo nei confronti del decadimento cognitivo.
Una volta ottenuta la diagnosi, come si può intervenire?
Il primo passo è riconoscere la malattia e condividerla con il nucleo familiare. Esistono due tipi di approccio. Il primo è quello farmacologico, disponibile da circa vent'anni, che può migliorare l'efficienza delle funzioni cognitive e rallentare la progressione della malattia. Il secondo è rappresentato dall’allenamento cognitivo e dall’attività fisica.
Può fare un esempio?
La lettura può essere utile, soprattutto se ciò che si legge viene poi condiviso e discusso. Anche mantenere una vita sociale attiva porta benefici. A molti pazienti con forme lievi consiglio il volontariato, i viaggi e la cura dei nipoti. È importante anche praticare attività fisica con regolarità, due o tre volte alla settimana. Il benessere del corpo aiuta anche quello della mente.
Come devono comportarsi i familiari?
Spesso si tende a sottovalutare i primi segnali o a minimizzare la situazione. Una volta arrivata la diagnosi è importante affidarsi a strutture in grado di prendere in carico il caso e attivare una rete di protezione sociale. Grazie a una serie di accorgimenti, la persona può continuare a mantenere una buona autonomia e vivere esperienze di successo, evitando il senso di frustrazione.




