Salute e benessere

Crioscleroterapia, la nuova frontiera nel trattamento dei capillari

Il professor Cervi, ospite a Teletutto Racconta. «Si tratta di una tecnica relativamente recente, quindi in continua evoluzione, ma i risultati sono molto promettenti»
Daniela Affinita
Un trattamento di crioscleroterapia
Un trattamento di crioscleroterapia

La crioscleroterapia rappresenta una delle più recenti evoluzioni nel trattamento delle patologie venose degli arti inferiori, una tecnica che unisce la scleroterapia tradizionale all’utilizzo del freddo, con l’obiettivo di migliorarne efficacia e tollerabilità. Ne parliamo con il professor Edoardo Cervi, chirurgo vascolare ospite a Teletutto Racconta.

Professor Cervi, in cosa consiste la crioscleroterapia e in cosa si differenzia dalla scleroterapia tradizionale?

«La scleroterapia è una tecnica nota da molto tempo, possiamo dire quasi centenaria, consiste nell’iniezione di una sostanza sclerosante all’interno di un vaso venoso, con l’obiettivo di provocare una reazione infiammatoria controllata che porta alla chiusura del vaso. La crioscleroterapia è una variante di questa tecnica che associa il freddo al trattamento sclerosante. Negli ultimi anni diversi studi hanno dimostrato che l’utilizzo del freddo può migliorare l’efficacia della procedura».

Il professor Edoardo Cervi
Il professor Edoardo Cervi

Qual è il ruolo del freddo durante il trattamento?

«Il freddo provoca una vasocostrizione, cioè una riduzione del diametro del vaso, questo rende la vena più “reattiva” al farmaco sclerosante, che rimane più a lungo a contatto con la parete vascolare e agisce in modo più efficace. In questo modo si ottiene un risultato terapeutico migliore rispetto alla scleroterapia tradizionale».

La crioscleroterapia ha anche un impatto sul dolore percepito dal paziente?

«Sì, ed è un aspetto molto importante, il freddo ha un effetto analgesico naturale: riduce la sensazione dolorosa e rende il trattamento più tollerabile, è lo stesso principio che utilizziamo, ad esempio, quando applichiamo il ghiaccio su un trauma o un ematoma per ridurre dolore e infiammazione».

In quali casi è indicata questa terapia?

«È indicata soprattutto nelle forme di insufficienza venosa degli arti inferiori, in particolare per il trattamento delle teleangectasie, cioè i cosiddetti capillari, e delle varici reticolari. Non è una tecnica pensata per le grandi vene, ma per i vasi più superficiali e di piccolo calibro».

I risultati sono migliori rispetto alle tecniche tradizionali?

«Si tratta di una tecnica relativamente recente, quindi in continua evoluzione, ma i risultati sono molto promettenti. L’associazione tra freddo e scleroterapia sembra migliorare l’efficacia del trattamento e anche la tollerabilità da parte del paziente».

Come nasce questa tecnica?

«La crioscleroterapia è stata sviluppata da specialisti spagnoli esperti in scleroterapia, e successivamente si è diffusa anche in altri Paesi, soprattutto in Sud America. Io stesso ho avuto modo di formarmi presso questi centri per apprendere direttamente la metodica».

Esistono vantaggi anche rispetto alla stagionalità dei trattamenti?

«Sì, uno dei vantaggi è che il freddo permette di rendere il trattamento più gestibile anche nei periodi caldi, che tradizionalmente sono meno indicati per la scleroterapia classica. Ovviamente sempre con le dovute attenzioni cliniche».

Esistono dispositivi specifici per questa tecnica?

«Sì, oggi esistono apparecchiature dedicate che raffreddano il farmaco durante l’iniezione. In questo modo il liquido sclerosante viene somministrato a temperatura ridotta, aumentando l’effetto di vasocostrizione e migliorando il contatto con la vena patologica. Questo consente di ottimizzare ulteriormente il risultato del trattamento».

Professore, esiste una differenza nel modo in cui uomini e donne si approcciano alla malattia venosa?

«Sì, è una differenza molto evidente, le donne tendono ad arrivare prima alla visita specialistica perché la problematica venosa è spesso percepita anche come estetica, quindi più visibile e più sentita. Gli uomini, invece, tendono a sottovalutare il problema e si rivolgono allo specialista più tardi, spesso solo quando compaiono i sintomi. Ma non è un approccio corretto: anche le forme iniziali meritano attenzione».

Perché è importante trattare le vene varicose?

«Il motivo principale per cui trattiamo le vene è prevenire le complicanze, le principali sono tre: trombosi, emorragie e ulcere venose. Quando una vena è dilatata, il sangue al suo interno può coagularsi, soprattutto nei mesi estivi quando il caldo favorisce la vasodilatazione e l’infiammazione. Questo aumenta il rischio di trombosi venosa, che nei casi più gravi può anche complicarsi con embolia polmonare».

E le altre complicanze?

«Un’altra complicanza è l’emorragia. Le vene varicose sono come “palloncini pieni di sangue”: possono rompersi spontaneamente o in seguito a piccoli traumi, causando sanguinamenti anche importanti. Infine, c’è l’ulcera venosa, che rappresenta la fase più avanzata della malattia. In questi casi la pelle, soprattutto nella zona vicino al malleolo, si assottiglia, cambia colore, diventa fragile e può arrivare a ulcerarsi».

Quindi non è solo una questione estetica…

«Assolutamente no, è ancora molto diffusa l’idea che le vene varicose siano solo un problema estetico, ma si tratta di una vera patologia. Per questo è fondamentale intervenire in modo precoce, prima che compaiano le complicanze».

Che ruolo hanno le calze elastiche nel trattamento?

«Le calze elastiche sono un presidio terapeutico fondamentale, spesso vengono sottovalutate perché associate a un’immagine “vecchia” della medicina, ma oggi sono moderne, comode ed esteticamente accettabili. Il loro ruolo è essenziale: aiutano la circolazione venosa e riducono il rischio di peggioramento della malattia. Se dovessi dare un consiglio pratico direi questo: prima ancora di farmaci o interventi, la calza elastica è la base della terapia conservativa. Si indossa la mattina e si toglie la sera, e può fare una grande differenza nella gestione quotidiana della malattia».

Esistono situazioni in cui sono particolarmente consigliate?

«Sì, ad esempio nei viaggi lunghi, nei voli superiori alle quattro ore è consigliato l’uso di calze elastiche a compressione, soprattutto nei pazienti a rischio. Naturalmente la scelta va sempre personalizzata in base alla situazione clinica del paziente».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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