Vene varicose, gambe pesanti, gonfiore: quando sono segnali di patologia
Vene varicose, gambe pesanti, gonfiore soprattutto alla sera. Disturbi molto comuni che spesso vengono considerati solo un fastidio o un problema estetico, in realtà possono essere il segnale di una patologia circolatoria diffusa: la malattia venosa cronica, una condizione che riguarda milioni di persone e che, se trascurata, può evolvere nel tempo fino a complicanze anche importanti.
A fare il punto sono Maurizio Ronconi, direttore della Chirurgia generale dell’ospedale di Gardone Val Trompia, e Massimo Crippa, direttore dell’Unità operativa complessa di Medicina dello stesso ospedale.

Dottor Ronconi, le vene varicose sono solo un problema estetico?
«Assolutamente no, la malattia venosa non deve essere considerata soltanto un inestetismo, dietro un semplice capillare può nascondersi un’alterazione più profonda del sistema venoso che merita una valutazione specialistica. Spesso i pazienti arrivano da noi pensando di avere solo un problema estetico, ma in realtà può trattarsi dei primi segni di una patologia».
Quanto è diffusa la malattia venosa cronica?
«È molto più frequente di quanto si pensi, si stima che circa una persona su tre presenti segni di malattia venosa cronica. Le vene varicose interessano fino al 25% delle donne e circa il 15% degli uomini, mentre le forme più avanzate con complicanze cutanee o ulcere riguardano una quota più ridotta ma comunque significativa della popolazione».
Esiste una predisposizione familiare?
«Sì, ed è uno degli aspetti più caratteristici della patologia. Non è raro osservare vere e proprie famiglie di varicosi, in cui più persone presentano vene varicose oppure altre condizioni legate alla fragilità della parete venosa, come emorroidi o varicocele. Alla base c’è spesso una predisposizione genetica che rende la parete delle vene più fragile e più soggetta a dilatazione nel corso degli anni».
Quali sono i fattori che favoriscono l’insorgenza della malattia?
«Tra i principali fattori ci sono gravidanza, sovrappeso, sedentarietà e invecchiamento. Anche alcune attività lavorative che costringono a rimanere molte ore in piedi o seduti possono favorire il problema».
Quali sono i primi segnali a cui dobbiamo prestare attenzione?
«Spesso i primi segni sono piccoli vasi superficiali visibili sulla pelle, comunemente chiamati capillari. In termini medici si tratta di teleangectasie, che rappresentano uno dei primi stadi della patologia venosa. Accanto ai segni visibili possono comparire anche sintomi spesso sottovalutati: senso di pesantezza alle gambe, gonfiore soprattutto alla sera, bruciore, prurito, crampi notturni e una sensazione generale di stanchezza agli arti inferiori».
Come si arriva alla diagnosi?
«L’esame di riferimento è l’ecocolordoppler venoso, una metodica non invasiva che consente di studiare il funzionamento delle vene e delle loro valvole. Questo esame permette di individuare eventuali reflussi venosi, cioè il malfunzionamento delle valvole che provoca la dilatazione delle vene. Studiare l’intero sistema venoso è fondamentale per impostare una terapia efficace».
Negli ultimi anni sono cambiate le cure?
«Negli ultimi vent’anni la flebologia ha conosciuto una vera rivoluzione, accanto alla chirurgia tradizionale si sono diffuse tecniche mini-invasive come il laser endovenoso e la radiofrequenza. In questi casi si introduce una sottile fibra all’interno della vena sotto guida ecografica e il calore prodotto determina la chiusura del vaso, senza necessità di utilizzare il bisturi».
Che vantaggi offrono queste tecniche?
«Gli interventi vengono eseguiti in anestesia locale e consentono la dimissione del paziente già nella stessa giornata, con tempi di recupero molto rapidi».
Esistono anche trattamenti ambulatoriali?
«Sì, uno dei più utilizzati è la scleroterapia con schiuma, una tecnica che prevede l’iniezione di un farmaco sclerosante all’interno della vena. La schiuma provoca una reazione controllata della parete venosa che porta alla chiusura del vaso e al suo progressivo riassorbimento. È una soluzione molto utile anche nei pazienti che hanno già subito interventi chirurgici e presentano recidive».
Quali possono essere le complicanze nelle fasi più avanzate?
«Nei casi più gravi possono comparire ulcere venose, ferite croniche che si sviluppano soprattutto nella parte inferiore della gamba. Sono la complicanza più severa dell’insufficienza venosa e possono essere dolorose e difficili da guarire. Oggi però esistono ambulatori dedicati alla cura delle ferite difficili, con percorsi terapeutici personalizzati».
Dottor Crippa, un’altra patologia importante del sistema venoso è la trombosi venosa profonda. Di cosa si tratta?
«Si tratta della formazione di un coagulo di sangue all’interno delle vene profonde, che può ostacolare la circolazione e in alcuni casi portare a complicanze importanti».
Chi è più a rischio?
«L’età è uno dei principali fattori di rischio. Dopo i 60 anni la probabilità di sviluppare una trombosi aumenta in modo significativo. A questi si aggiungono sovrappeso, fumo, immobilità prolungata e interventi chirurgici importanti».
Anche i viaggi lunghi possono rappresentare un rischio?
«Sì, lunghi periodi trascorsi seduti, ad esempio durante viaggi in aereo o in treno, possono favorire il rallentamento della circolazione nelle vene degli arti inferiori e quindi la formazione di trombi».
Esistono altre condizioni che aumentano il rischio?
«Alcune patologie oncologiche possono favorire la trombosi perché liberano sostanze che aumentano la coagulazione del sangue. Tra i fattori predisponenti ci sono anche la pillola contraccettiva, la terapia ormonale sostitutiva e alcune condizioni genetiche legate ai fattori della coagulazione».
Dottor Crippa, come si cura la trombosi venosa profonda?
«La terapia si basa sull’utilizzo di farmaci anticoagulanti, in passato il trattamento era basato soprattutto sull’eparina, mentre oggi sono disponibili nuovi anticoagulanti orali diretti che possono essere assunti per bocca e richiedono meno controlli rispetto alle terapie tradizionali».
In quali casi si utilizzano ancora i farmaci tradizionali?
«In alcune situazioni restano indicati farmaci come warfarin o acenocumarolo, che richiedono controlli periodici della coagulazione del sangue attraverso l’esame INR».
Quanto conta la prevenzione?
«È fondamentale, attività fisica regolare, controllo del peso corporeo, evitare lunghi periodi di immobilità e, quando necessario, l’utilizzo di calze elastiche compressive possono migliorare la circolazione e ridurre i sintomi».
In un campo in cui le tecniche sono sempre più numerose, quanto conta la personalizzazione della cura?
«Oggi il compito del flebologo moderno è conoscere le diverse possibilità terapeutiche e saper scegliere quella più adatta per il singolo paziente. Non esiste infatti un trattamento valido per tutti: ogni caso va valutato in modo specifico. Per questo è fondamentale individuare la soluzione migliore e condividere la scelta con il paziente, spiegando con chiarezza obiettivi e modalità della terapia».
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