Corrado Scolari: «Asst Valcamonica sempre più forte e attrattiva»

Camuno doc, laureato in Giurisprudenza, è stato dirigente in Regione, assessore alla Protezione civile (durante i terremoti di Salò e de L’Aquila) in Provincia e sindaco del suo paese, Berzo Demo. Dal primo gennaio 2024 Corrado Scolari è direttore generale dell’Asst Valcamonica, che dispone di due ospedali (Esine ed Edolo) da 320 posti letto. L’abbiamo intervistato.
Corrado Scolari, il suo curriculum spazia ben oltre l’ambito sanitario in senso stretto. Quanto hanno contato queste competenze trasversali nel suo modo di dirigere l’Asst?
Moltissimo. Ogni esperienza ha contribuito a costruire il mio stile manageriale. Anche il ruolo che ricopro ora necessita di capacità organizzative e relazionali: due aspetti centrali in qualsiasi contesto, a maggior ragione in sanità.
A fine 2026 scadrà il suo mandato triennale. Quale bilancio traccia? Quali sono a suo avviso i principali risultati raggiunti?
Sono soddisfatto del lavoro svolto in questi tre anni. Siamo riusciti a rendere l’Asst più attrattiva, portando in Valcamonica risorse significative e professionisti provenienti da realtà ospedaliere di primo piano. Questo ci ha consentito di rafforzare l’organico e di garantire maggiore stabilità ai servizi. Abbiamo riattivato attività strategiche e investito sulla riqualificazione delle strutture, con un’attenzione particolare all’equilibrio tra i due presìdi. Il rilancio dell’ospedale di Edolo è stato uno dei passaggi più importanti: oggi conta circa sessanta posti letto e rappresenta un punto di riferimento essenziale per l’alta Valle, oltre che un supporto per Esine. L’obiettivo, per Edolo, è crescere ancora nel corso del 2026, aumentando i posti letto e consolidando la vocazione riabilitativa del presìdio, così da rispondere in modo sempre più mirato ai bisogni del territorio.

C’è un progetto del quale va particolarmente fiero?
Ce ne sono almeno tre. Il consolidamento dei primariati, che ha dato stabilità e continuità alle nostre strutture complesse; l’attivazione dei corsi di laurea, decisivi per formare e trattenere personale; e il progetto di ospitalità gratuita, operativo da settembre, che consente di accogliere gli specializzandi e all’occorrenza altri professionisti, facilitando la loro permanenza in valle.
Parliamo dei corsi di laurea.
Da quest’anno sono due, entrambi attivati dall’Università degli Studi di Brescia. Al corso di Infermieristica, che ci permette di coprire integralmente il fabbisogno, si è affiancato quello di Fisioterapia, frequentato da dieci studenti. È un investimento strategico: formare qui significa creare un legame con il territorio e aumentare le possibilità che questi professionisti scelgano di restare. A marzo inaugureremo la nuova sede all’interno di Palazzo Zattini, a Darfo.
Ha detto che in Valcamonica gli infermieri non mancano?
Esatto. Il corso è molto attrattivo per i residenti. Oggi possiamo contare su circa 500 infermieri: una trentina operano sul territorio e 28 sono Infermieri di famiglia e comunità destinati ad aumentare con l’apertura delle nuove Case di Comunità. Nel corso dell’anno prevediamo nuove assunzioni di Ifec, in parallelo con l’apertura delle Case di comunità, così da rafforzare ulteriormente l’assistenza territoriale.
Anche gli specializzandi ci sono.
Nel 2025 ne abbiamo accolti una ventina. È un risultato importante per una realtà come la nostra. Possiamo contare su un progetto condiviso con la Pia Fondazione Valle Camonica e sostenuto dal Consorzio Bim: gli immobili sono stati acquistati dal Bim e donati alla Fondazione, che li gestisce anche grazie al contributo di imprenditori locali. Oggi disponiamo di 17 alloggi, due a Breno e gli altri a Malegno. Per gli specializzandi l’ospitalità è gratuita: un segnale concreto di attenzione che rende più semplice scegliere la Valcamonica per il proprio percorso formativo. Quando gli appartamenti sono liberi, possono essere utilizzati dal personale sanitario per brevi periodi a canone convenzionato. È un modo per sostenere chi viene a lavorare qui e per rafforzare l’attrattività del nostro sistema sanitario.
Finora abbiamo parlato dei risultati raggiunti, ma non sono mancate le criticità. Quali sono state le più complesse da affrontare?
La principale ha riguardato il clima interno che ho trovato al mio arrivo, in particolare le relazioni tra le persone. Si era affievolito quel senso di orgoglio e di appartenenza che è indispensabile per costruire qualcosa di positivo. Senza coesione è difficile crescere. Su questo aspetto abbiamo lavorato molto, puntando sulla comunicazione interna e sulla valorizzazione delle esperienze positive. Abbiamo scelto di raccontare a tutti ciò che di buono viene fatto nei reparti e nei servizi, invitando ciascuno a segnalare progetti e risultati. Presi dal lavoro quotidiano si rischia di non conoscere nemmeno l’attività di chi opera accanto a noi. Rafforzare il senso di appartenenza non è solo una questione organizzativa: ha ricadute anche all’esterno. Un clima positivo trasmette fiducia e contribuisce a ricostruire un rapporto solido tra comunità e struttura sanitaria.

Ci sono decisioni che, col senno di poi, avrebbe affrontato in modo diverso?
Non mi vengono in mente scelte che rifarei in modo diverso. Il percorso è ancora in evoluzione e molte azioni sono parte di un processo che richiede tempo per produrre effetti pienamente visibili. Stiamo costruendo passo dopo passo.
Che rapporto ha instaurato con la comunità?
Questa è la mia comunità. Il legame è saldo e sentito. Le istituzioni e i cittadini dimostrano vicinanza alla nostra Asst e questo è un elemento fondamentale. Lo testimonia anche l’aumento delle segnalazioni positive all’Urp, un dato che considero significativo perché riflette una percezione diversa del nostro lavoro.
E con gli altri ospedali?
Possiamo contare sulla collaborazione delle altre strutture, così come noi siamo pronti a offrire supporto quando necessario.
Quanto è stato difficile conciliare le esigenze sanitarie con le risorse disponibili?
Dal punto di vista economico le risorse non mancano. Ci sono i finanziamenti della Regione, i fondi del Pnrr e i contributi dei donatori. Il nodo vero riguarda le risorse professionali: in alcuni ambiti fatichiamo a reperire specialisti.
Questo incide sulle liste d’attesa.
Il tema delle liste d’attesa è strettamente legato alla carenza di personale. Se avessimo un numero adeguato di professionisti, il problema sarebbe drasticamente ridotto.
In che senso?
Ci sono specialità in cui siamo particolarmente scoperti: abbiamo un dermatologo, due oculisti, due neurologi e un fisiatra. Sono proprio questi gli ambiti in cui si registrano i tempi di attesa più lunghi, ma non riusciamo a trovare nuovi specialisti. In pronto soccorso facciamo ricorso anche a liberi professionisti per garantire la copertura dei turni. L’attesa riguarda inoltre le ecografie, dove la domanda è molto elevata rispetto alla disponibilità di personale.
Nel suo ufficio vista Pizzo Badile, Concarena e Colombè c’è una copia del Piccolo Principe, il suo libro preferito, e uno schermo con grafici e numeri: 5.114 esami laboratoriali, 290 esami radiologici prenotati, 566 visite ambulatoriali, 307 esami strumentali.
Sono i dati dell’attività di oggi. In una forma più immediata vengono trasmessi anche nei corridoi degli ospedali. È giusto che i pazienti sappiano cosa facciamo: fa parte del nostro programma di comunicazione. Al di là di ciò che spesso si sente dire, il Servizio sanitario funziona ancora, lo vedo ogni giorno. È importante che questo emerga. Nessuno pensa che il Servizio pubblico garantisce cure dal valore di migliaia di euro, mentre ci si lamenta delle difficoltà a prenotare un’ecografia.

Dopo questa esperienza è cambiata la sua visione della sanità pubblica?
Si è rafforzata. Credo nella necessità di tutelare il Servizio pubblico, che oggi si trova sotto pressione. L’alternativa è un sistema assicurativo che non offre le stesse garanzie di universalità e accesso.
È l’ultimo anno di mandato. Quali progetti intende portare a termine?
Vogliamo completare la riforma della sanità territoriale, chiudendo i cantieri delle Case di comunità - ne restano tre su sette - e dei due Ospedali di comunità. Credo molto in questo modello: il personale è motivato e lo sono anche i medici di medicina generale. È una trasformazione decisiva per avvicinare i servizi ai cittadini.
Spera in una riconferma?
Se sarà ritenuto opportuno, io sono disponibile.
Se così non fosse, cosa porterà con sé, sul piano umano e professionale?
Le storie. Quelle dei professionisti, dei pazienti, dei familiari, delle associazioni. Nel mio ufficio ricevo tutti e ciascuno lascia un segno. È questo l’aspetto più prezioso del mio lavoro.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Buongiorno Brescia
La newsletter del mattino, per iniziare la giornata sapendo che aria tira in città, provincia e non solo.
