Salute e benessere

Congestione in acqua: perché si può morire e come evitarla

Tecnicamente si parla di «sindrome da idrocuzione», si verifica quando ci si tuffa nell’acqua fredda e il corpo si è riscaldato troppo. Ne abbiamo parlato con Sara Chiappa, pediatra del Civile
Luca Chiarini

Luca Chiarini

Giornalista

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Tuffi nei laghi: il rischio

Quaranta minuti sul fondo del lago, due ore di vani tentativi di rianimazione, poi il ricovero e la morte. Si è spento così Badr Ouajil, il sedicenne che sabato pomeriggio si era tuffato nel lago di Garda, senza riemergere. L’acqua gelida, il corpo a lungo riscaldato dalle alte temperature d’inizio maggio. Una combinazione che può essere fatale, proprio come in questo caso, e che ha un nome: sindrome da idrocuzione. Banalmente una congestione. Che in acqua, però, può avere conseguenze nefaste.

Abbiamo interpellato Sara Chiappa, pediatra del Pronto soccorso degli Spedali Civili di Brescia, per fare luce sulle cause e le possibili conseguenze di questa sindrome, soffermandoci anche sulle buone prassi da seguire per minimizzare ogni rischio.

Dottoressa, ci spieghi nel dettaglio cos’è la sindrome da idrocuzione.

«Una perdita di coscienza improvvisa, di fatto uno svenimento, provocata da un forte sbalzo termico: un corpo molto caldo, entrando improvvisamente e direttamente a contatto con l’acqua fredda, va in blackout. La frequenza cardiaca e quella respiratoria si abbassano, si può arrivare alla perdita di coscienza, e a quel punto il soggetto immerso in acqua rischia di annegare».

La dottoressa Sara Chiappa
La dottoressa Sara Chiappa

Il caso del sedicenne morto dopo un tuffo nel lago di Garda rientra in questa casistica?

«Si potrebbero abbozzare altre ipotesi, ma la morte di un giovane in buona salute va ricondotta con buone probabilità a questa sindrome. L’ultimo weekend ha fatto registrare temperature alte, ma l’acqua del lago è ancora fredda, dunque lo sbalzo termico è stato certamente importante. Non mi esprimo sul caso specifico, andranno fatti degli accertamenti, ma è probabile che la causa sia stata proprio questa».

In quali condizioni si corrono i rischi maggiori?

«Quando il corpo è caldo, quindi si è stati esposti a lungo al sole, se si è molto accaldati per un’intensa attività fisica, o se è in atto un processo di digestione. In situazioni come queste il sangue è concentrato in altri punti del corpo, per cui la vasocostrizione improvvisa, ovvero la risposta dell’organismo all’eccessivo sbalzo termico, può determinare una simile risposta, che noi chiamiamo “vagale”. Si tratta dello stesso processo che si innesca quando ci troviamo a lungo in piedi in un ambiente affollato e inizia a girarci la testa. Solo che in questo caso ci troviamo in acqua, quindi il rischio di annegamento è elevato».

C’è differenza tra mare, lago o fiume?

«In assoluto no, anche se fiumi e laghi sono molto più freddi, specialmente in questa stagione. Ci possono essere correnti che tendono a trascinare verso il basso, e questo può aver provocato le difficoltà nel ritrovamento del corpo. Ma a causare la morte del ragazzo, verosimilmente, è stato il meccanismo di cui ho parlato. Che volgarmente potremmo definire congestione».

Come si manifesta questa sindrome?

«I sintomi sono repentini, e soprattutto si verificano dopo l’immersione. Non c’è modo di intercettarli prima».

E quindi come si previene il rischio?

«Evitando, se si è stati esposti a lungo al sole, di immergersi direttamente in acqua. Cercando di raffreddarsi bagnando prima gambe, braccia e addome, in modo da abbassare la temperatura sulla cute. E poi va rispettato un tempo di digiuno prima di tuffarsi. È bene evitare di bere molti alcolici, perché tendono a vasodilatare, ovvero ad aumentare la dimensione dei vasi periferici: in questo modo si alimenta la dispersione di calore al contatto diretto con l’acqua».

Badr Ouajil è morto dopo un tuffo nel lago di Garda
Badr Ouajil è morto dopo un tuffo nel lago di Garda

Come si soccorre una persona che mostra questi sintomi?

«Dovrebbe farlo personale qualificato, perché salvare qualcuno che si trova sul fondo del lago è pericolosissimo, si rischia di appesantire il bilancio delle vittime. In base allo stato di coscienza, il paziente potrebbe aver bisogno di essere rianimato oppure no. Se respira va comunque messo in posizione laterale di sicurezza e vanno attivati il prima possibile i soccorsi, perché potrebbe rendersi necessaria una rianimazione cardiopolmonare».

Questa sindrome ha una mortalità alta?

«Sì, che è però legata al tempo di immersione, non alla sindrome in sé. Qui il punto non è tanto lo svenimento, quanto il rischio di annegamento che ne consegue: le vie respiratorie non sono protette e i polmoni di riempiono d’acqua. Ecco perché occorre la massima attenzione».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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