Non è una moda alimentare né un disturbo di nicchia: nel territorio di Ats Brescia le persone con diagnosi di celiachia sono 7.145, contro le 4.968 del 2016. Una crescita che racconta una malattia immuno-mediata cronica sempre più riconosciuta, ma ancora circondata da equivoci: c’è chi la confonde con un’intolleranza, chi pensa venga diagnosticata solo da bambini, chi crede di poter dimagrire adottando una dieta senza glutine. Per fare chiarezza – in vista della Settimana nazionale della celiachia indetta dall’Aic dal 9 al 17 maggio – ne abbiamo parlato con Stefania Piccirelli dell’Unità operativa di Gastroenterologia ed endoscopia digestiva di Poliambulanza.
Dottoressa Piccirelli, la celiachia è una malattia sempre più diagnosticata: dipende da una reale crescita dei casi o da una maggiore capacità di riconoscerla?
Le malattie infiammatorie immunomediate sono in aumento e la celiachia rientra in questo quadro. L’incremento è più marcato nel Nord Europa, meno in Italia, dove però si osserva comunque una crescita. A incidere è anche una maggiore capacità diagnostica: oggi ci sono più conoscenze, maggiore sensibilità e si tende a cercarla di più, anche di fronte a sintomi meno tipici.
Quali possono essere le cause?
Un elemento fondamentale è la predisposizione genetica: senza una suscettibilità genetica la malattia non si sviluppa. Su questo terreno possono poi intervenire fattori scatenanti, come un’elevata esposizione al glutine, alcune gastroenteriti o l’assunzione di determinati farmaci.
Quali sono i sintomi che dovrebbero far sospettare una celiachia?
I sintomi della celiachia sono molto eterogenei e oggi sappiamo che possono manifestarsi in forme anche molto diverse tra loro. Un tempo il sospetto si concentrava soprattutto su diarrea cronica e calo di peso. Oggi, invece, si indaga la malattia anche in presenza di stipsi, peso stabile, gonfiore dopo i pasti e dolore addominale. Accanto ai sintomi ci sono poi alcuni segnali che possono orientare verso la diagnosi, come carenza di ferro, anemia e altre carenze nutrizionali.
Eliminato il glutine, se i sintomi regrediscono il paziente può ritenersi celiaco?
No, la regressione dei sintomi dopo aver eliminato il glutine non basta per diagnosticare la celiachia. Esistono condizioni diverse, come l’intolleranza o sensibilità al glutine, che non vanno confuse con la celiachia, una malattia immunomediata. In questo caso il sistema immunitario non sviluppa tolleranza verso il glutine, una proteina che viene riconosciuta come antigene, e si innesca una risposta immunitaria che danneggia i villi intestinali, provocandone l’atrofia. Se invece il disturbo è riconducibile a un’irritazione della mucosa intestinale, si parla di intolleranza. Per questo il miglioramento clinico da solo non basta: la diagnosi di celiachia richiede accertamenti specifici.

Come avviene, quindi, la diagnosi?
Il primo passo è un esame del sangue per la ricerca degli anticorpi anti-transglutaminasi, che rappresenta il test di riferimento per orientare il sospetto diagnostico. Per la conferma si ricorre poi alla gastroscopia con biopsia duodenale, che consente di verificare l’eventuale danno ai villi intestinali e confermare il sospetto.
Anche nei bambini?
No, nei bambini la diagnosi può essere formulata senza ricorrere alla gastroscopia, se gli esami del sangue mostrano valori di anticorpi specifici almeno dieci volte superiori alla soglia e il quadro clinico è compatibile. Una possibilità che, secondo le linee guida più recenti, può riguardare anche alcuni adulti sotto i 45 anni, in casi selezionati e a giudizio dello specialista.
La diagnosi può, quindi, arrivare a ogni età?
Sì, e questo è uno dei falsi miti da sfatare: la celiachia non riguarda solo i bambini. Può essere diagnosticata a qualsiasi età, anche in età adulta o avanzata.
Altri falsi miti da sfatare?
Un altro luogo comune è pensare che si manifesti solo con diarrea cronica. In realtà, come dicevamo, i sintomi possono essere molto diversi.
La dieta senza glutine resta l’unica terapia?
Sì, allo stato attuale la dieta rigorosamente priva di glutine resta l’unica terapia efficace. Gli enzimi digestivi sostitutivi non sono raccomandati dalle linee guida e i trial clinici su terapie alternative sono ancora in una fase iniziale.
Cosa può comportare uno sgarro alla dieta senza glutine?
Anche una contaminazione può riattivare lo stimolo infiammatorio. Sgarrare periodicamente, di fatto, può avere effetti simili a non aver mai eliminato davvero il glutine, perché mantiene attivo il processo infiammatorio.
Dall’inizio della dieta quanto tempo serve perché scompaiano i sintomi?
In linea generale circa sei mesi, anche se alcuni pazienti riferiscono un miglioramento prima. Per il recupero completo della mucosa intestinale, invece, possono essere necessari uno o due anni.




