«Cari genitori», saper ascoltare è la prima forma di educazione

L’ascolto empatico è una competenza educativa fondamentale, spesso trascurata. Aiutare i figli a dare un nome alle emozioni passa anche dal nostro esempio e dalla qualità della nostra attenzione
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«Cari genitori», saper ascoltare i figli
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Cari genitori, si è detto dell’importanza di parlare con i figli, ma oggi proviamo a vedere cosa vuol dire ascoltare e quanto sia importante saperlo fare bene.

Il valore dell’ascolto

Quante volte abbiamo sentito dire che «Il mestiere più difficile al mondo è quello di genitore», ed è vero, perché non ci sono scuole né maestri. È un’abilità che richiede diverse competenze, come dire, fare, ascoltare, limitare, promuovere, disciplinare, negoziare.

Tutte funzioni caratterizzate da attenzione e presenza, partecipazione e ascolto: delle parole dette, ma anche di quelle taciute, del corpo e anche dei silenzi. Soprattutto oggi è fondamentale ascoltare perché tendiamo a parlare più del dovuto. Dico sempre che si cresce solo se si è ascoltati. Chi si sente veramente ascoltato impara a dire di sé, delle gioie e dei dolori che vive sapendo di potersi «affidare» all’altro senza vergogna.

Come ascoltare i propri figli davvero?

Per ascoltare bene però bisogna esercitarsi. Per prima cosa ricordiamo che si ascolta tacendo, con la bocca chiusa e il cervello «acceso» protesi a cogliere le parole e gli stati d’animo. L’ascolto è attivo è l’ascolto empatico, cioè partecipato che ci fa sentire anche le emozioni che l’altro sente.

Noi le proviamo direttamente solo se nel frattempo ascoltiamo noi stessi e ci rendiamo conto di quello che l’altro può provare. Un esercizio fondamentale. Fatelo coi vostri figli, chiedetevi mentalmente cosa provano loro mentre comunicano con voi e cosa provate voi.

Ponete ascolto a quanta attenzione state dando alle loro parole e quanto riuscite a tacere senza fare domande. L’ascolto partecipato è la prima forma di educazione alle emozioni che deve iniziare in famiglia.

L’esempio dei genitori

Oggi molti adolescenti faticano a dare un nome a quello che provano perché non li abbiamo sollecitati a sufficienza, tantomeno abbiamo mostrato di saperlo fare noi grandi. Invece dovremmo aiutarli a rendersi responsabili e capaci di riconoscere le emozioni, che sono movimenti interni di grande importanza.

Chi non lo sa fare non sa rendersi conto dei propri comportamenti e non riconosce la gravità di un gesto o l’offesa di una parola negativa. Insegnate loro ad ascoltare, soprattutto con l’esempio, e mostrate come si gestiscono i propri stati d’animo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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