L’artrosi al ginocchio può cominciare con un dolore occasionale, una certa rigidità al risveglio o la difficoltà a salire le scale. Poi, lentamente, può diventare qualcosa di più: una passeggiata accorciata, lo sport abbandonato, la necessità di fermarsi dopo pochi minuti in piedi. È in quel momento che molte persone iniziano a chiedersi se sia arrivato il momento di mettere una protesi. Ma avere l’artrosi non significa necessariamente doversi operare e nemmeno una radiografia che mostra un’articolazione molto usurata è sufficiente, da sola, a stabilire che serva un intervento.
La decisione dipende da diversi fattori: l’intensità del dolore, la limitazione nei movimenti, l’efficacia delle terapie già provate e, soprattutto, quanto il problema incida sulla vita quotidiana. La chirurgia protesica è oggi una possibilità consolidata per i pazienti che non trovano più beneficio dai trattamenti conservativi. Anche il percorso operatorio e riabilitativo è cambiato, con una maggiore attenzione al controllo del dolore e alla mobilizzazione precoce. Restano, però, domande e timori: quando è davvero necessario intervenire? Quanto dura il recupero? Si può tornare a camminare normalmente? Ne abbiamo parlato durante la trasmissione «Obiettivo salute» con il dottor Giovanni Bonaspetti, responsabile dell’UO di Ortopedia e Traumatologia II dell’Istituto Clinico Sant’Anna, per capire quando la protesi rappresenti la scelta giusta, quali possibilità esistano prima dell’intervento e che cosa aspettarsi dopo l’operazione.
Dottor Bonaspetti, partiamo dalla domanda che si fanno molte persone: avere l’artrosi al ginocchio significa prima o poi dover mettere una protesi?
Assolutamente no, l’artrosi non porta necessariamente all’intervento chirurgico. Esistono diversi stadi della malattia e diverse possibilità di trattamento. In molti casi si può convivere con l’artrosi per anni, mantenendo una buona qualità di vita attraverso un percorso conservativo che può comprendere fisioterapia, attività fisica adeguata, controllo del peso e, quando necessario, terapie farmacologiche o infiltrative. La protesi viene presa in considerazione quando queste strategie non sono più sufficienti e il dolore comincia a compromettere in modo significativo le attività quotidiane.

Come si capisce, allora, quando è arrivato il momento di operarsi?
Il criterio fondamentale è la condizione del paziente, bisogna valutare quanto dolore avverte, quanto riesce a camminare, se può salire e scendere le scale, se riesce a svolgere le proprie attività e se il ginocchio gli impedisce di fare ciò che vorrebbe. La radiografia è importante, ma deve essere messa in relazione con i sintomi. Non si opera semplicemente perché si vede un’articolazione consumata: si opera quando esistono indicazioni cliniche e il paziente, dopo aver valutato le alternative, ritiene che sia arrivato il momento di affrontare l’intervento.
Quindi può esserci una radiografia molto compromessa senza che sia necessaria subito una protesi?
Sì, le immagini diagnostiche ci danno informazioni importanti sullo stato dell’articolazione, ma non raccontano tutto. Ci sono persone con un’artrosi radiologicamente avanzata che riescono ancora a svolgere le proprie attività con una limitazione accettabile. Altre, invece, soffrono molto e hanno difficoltà anche nei movimenti più semplici. È necessario valutare ogni caso individualmente, senza basarsi esclusivamente sull’esame radiografico.
Lei dice che non si opera la radiografia, ma il paziente. È questo il concetto più importante da comprendere?
Sì, perché il nostro obiettivo non è correggere un’immagine, ma aiutare una persona a stare meglio. Non si muore di artrosi del ginocchio e, proprio per questo, la scelta dell’intervento deve essere ragionata. Dobbiamo capire quanto la patologia stia condizionando la vita del paziente e che cosa possiamo realisticamente ottenere con la protesi. La decisione deve essere condivisa: il medico spiega le possibilità e i rischi, mentre il paziente deve poter esprimere le proprie esigenze e aspettative.

L’artrosi è una malattia legata soprattutto all’età?
L’età è un fattore importante, perché con il passare degli anni le strutture articolari possono andare incontro a fenomeni degenerativi. Ma non è l’unico elemento, possono contribuire la predisposizione individuale, i traumi, gli interventi precedenti, alcune alterazioni dell’asse dell’arto e determinate patologie. Anche il sovrappeso può avere un ruolo. Non esiste quindi una sola causa e non tutte le persone sviluppano l’artrosi nello stesso modo.
A volte si sente dire che a una certa età è meglio operarsi subito, mentre da giovani sarebbe preferibile aspettare. Esiste una regola?
Non esiste un’età valida per tutti, la scelta dipende dalle condizioni dell’articolazione, dall’intensità dei sintomi, dalle limitazioni funzionali e dalle esigenze della persona. Un paziente relativamente giovane che non riesce più a camminare, lavorare o praticare le attività che desidera può avere un problema molto invalidante. Una persona più anziana, invece, potrebbe non avere bisogno di un intervento se il dolore è contenuto e conserva una buona autonomia. Naturalmente, soprattutto nei pazienti giovani, bisogna considerare anche la durata attesa della protesi e la possibilità che in futuro siano necessari ulteriori interventi.
Prima di arrivare alla protesi, quali trattamenti si possono provare?
Dipende dallo stadio dell’artrosi e dai sintomi. In una prima fase possiamo intervenire sullo stile di vita, sull’attività fisica e sul rafforzamento muscolare. La fisioterapia aiuta a migliorare la mobilità e la forza, mentre le terapie farmacologiche possono essere utilizzate per controllare il dolore quando indicate. In alcuni pazienti si possono valutare anche le infiltrazioni. L’obiettivo è ridurre i sintomi e mantenere la funzionalità, cercando di rimandare l’intervento quando non è ancora necessario. Se, nonostante questi trattamenti, il dolore continua a essere importante e limita la vita quotidiana, allora la protesi può diventare la soluzione più appropriata.
Chi ha l’artrosi deve rinunciare all’attività fisica?
No, non bisogna confondere la necessità di proteggere il ginocchio con l’obbligo di stare fermi. Il movimento è importante per mantenere la muscolatura e la funzionalità articolare, bisogna però scegliere l’attività più adatta e valutare l’intensità degli esercizi in base alle condizioni del ginocchio. In presenza di un’artrosi importante, carichi eccessivi o attività non adeguate possono accentuare il dolore. L’indicazione deve quindi essere personalizzata, eventualmente con il supporto di un fisioterapista.
Molte persone hanno paura dell’operazione. La chirurgia protesica è cambiata rispetto al passato?
Sì, negli anni sono migliorati diversi aspetti, dalle tecniche chirurgiche alla gestione anestesiologica e del dolore, fino ai protocolli di recupero. Oggi l’attenzione è rivolta anche alla preparazione del paziente e alla ripresa precoce del movimento, questo consente, quando le condizioni cliniche lo permettono, di iniziare rapidamente il percorso riabilitativo. È importante, però, non creare aspettative irrealistiche: resta un intervento chirurgico importante, che richiede valutazione, preparazione e un adeguato periodo di recupero.
Una delle paure più diffuse riguarda proprio il dolore dopo l’intervento.
Il dolore postoperatorio può esserci, perché stiamo parlando di un intervento chirurgico importante, ma oggi disponiamo di strategie per controllarlo. La gestione del dolore è fondamentale perché permette al paziente di iniziare a muoversi e di partecipare alla riabilitazione. Il percorso viene adattato alle condizioni della persona, con l’obiettivo di rendere il recupero il più possibile sicuro e tollerabile. Il paziente viene aiutato a mettersi in piedi e a muovere i primi passi con il supporto dei fisioterapisti e degli ausili necessari. È una fase importante, perché consente di cominciare subito a recuperare autonomia e funzionalità. I tempi successivi, invece, variano in base alle condizioni di partenza, alla risposta individuale e alla regolarità con cui viene seguito il programma riabilitativo.
Lei ha detto una frase particolare: «Io ho paura dei pazienti che non hanno paura». Perché?
Perché avere paura è normale, un intervento chirurgico importante porta con sé dubbi e preoccupazioni, e non c’è nulla di sbagliato nel manifestarli. Il paziente deve sentirsi libero di chiedere spiegazioni, parlare delle proprie ansie e capire che cosa lo aspetta. Il nostro compito è fornire informazioni chiare e aiutarlo a prendere una decisione consapevole. Quello che non deve succedere è che la paura diventi l’unico criterio con cui decidere, portando a rimandare un intervento quando sarebbe utile oppure, al contrario, a sottovalutare il percorso necessario.
Se una persona soffre da anni, ma continua a rimandare perché teme l’operazione, che cosa le direbbe?
Le direi di parlarne con uno specialista e di valutare la situazione senza pregiudizi, non significa che debba necessariamente operarsi: significa capire quali possibilità esistono e che cosa può ottenere da ciascuna. Se il dolore è diventato un limite importante e le terapie non sono più efficaci, vale la pena affrontare il discorso sulla protesi in modo concreto, chiarendo benefici, rischi e tempi di recupero. La scelta deve essere informata e condivisa.



