Piccoli accessi, strumenti miniaturizzati e una telecamera che permette al chirurgo di entrare nell’articolazione e guardare il polso dall’interno. È l’artroscopia del polso, una tecnica che ha iniziato a diffondersi nella pratica clinica verso la metà degli anni Ottanta e che, nel corso di circa trent’anni, ha cambiato profondamente il proprio ruolo. Nata soprattutto come strumento diagnostico, quando gli esami disponibili non consentivano ancora di identificare con precisione molte patologie del polso, oggi l’artroscopia è diventata soprattutto una tecnica chirurgica.
Un’evoluzione legata sia al miglioramento della diagnostica per immagini, sia allo sviluppo di strumenti sempre più piccoli e sofisticati. Ma che cosa significa, concretamente, fare un’artroscopia del polso? Quando è indicata? E quali vantaggi può offrire rispetto alla chirurgia tradizionale? Ne abbiamo parlato con il dottor Ignazio Marcoccio, responsabile del Centro di chirurgia della mano e microchirurgia dei nervi periferici dell’Istituto Clinico Città di Brescia a Obiettivo Salute.
Dottor Marcoccio, partiamo dalle basi: che cos’è l’artroscopia del polso e come funziona?
«L’artroscopia è una tecnica mininvasiva che permette di entrare all’interno dell’articolazione attraverso piccoli accessi, utilizzando una piccola ottica collegata a una telecamera. In questo modo il chirurgo può osservare direttamente le strutture articolari e, attraverso altri piccoli accessi, introdurre gli strumenti necessari per eseguire il trattamento. La caratteristica più interessante è proprio quella di poter avere una visione diretta dell’articolazione, dall’interno, senza doverla aprire completamente come avviene nella chirurgia tradizionale a cielo aperto».

Quando è comparsa questa tecnica nella chirurgia del polso?
«L’artroscopia del polso ha avuto il suo esordio clinico verso la metà degli anni Ottanta, inizialmente veniva utilizzata soprattutto nelle patologie degenerative e post-traumatiche del polso e aveva una funzione prevalentemente diagnostica. All’epoca, infatti, gli esami strumentali non erano sofisticati come quelli che abbiamo oggi e alcune patologie articolari erano molto difficili da individuare. L’artroscopia permetteva quindi di guardare direttamente dentro l’articolazione e capire quale fosse la causa del problema».
Quindi all’inizio serviva soprattutto a capire che cosa non funzionava?
«Esattamente, il suo ruolo era soprattutto diagnostico, ci permetteva di osservare direttamente le strutture articolari e di identificare alterazioni che potevano non essere evidenti con gli esami strumentali disponibili. Ma già allora ci si rese conto che quella stessa possibilità di entrare nell’articolazione poteva essere utilizzata non soltanto per diagnosticare una patologia, ma anche per trattarla».
E qui comincia l’evoluzione dell’artroscopia…
«Sì, nel corso degli anni la tecnica si è progressivamente evoluta, da una parte sono migliorati enormemente gli esami diagnostici, come la risonanza magnetica e la TAC. Oggi possiamo utilizzare anche esami più specifici, come l’artro-RM e l’artro-TC, che permettono di studiare molto meglio le strutture articolari. Dall’altra parte sono migliorati gli strumenti artroscopici, Le ottiche sono sempre più sofisticate e gli strumenti che utilizziamoall’interno dell’articolazione sono estremamente piccoli e precisi. Questo ha fatto sì che l’artroscopia abbia progressivamente perso parte del suo ruolo esclusivamente diagnostico per diventare sempre più una vera tecnica chirurgica».
Quindi oggi non si fa necessariamente un’artroscopia per capire che cosa ha il paziente?
«Non è più questo il suo principale obiettivo. Oggi arriviamo all’intervento con una diagnosi che nella maggior parte dei casi è già stata formulata attraverso la visita clinica e gli esami strumentali. L’artroscopia esclusivamente diagnostica non è però scomparsa, Può ancora avere un ruolo in quei casi in cui il paziente presenta un dolore articolare, ma gli esami eseguiti non sono sufficienti a identificare con certezza la causa. In queste situazioni la possibilità di osservare direttamente l’interno dell’articolazione può fornire informazioni importanti».
Ma quanto è diverso vedere un'articolazione attraverso una risonanza rispetto a guardarla direttamente dall'interno?
«È una differenza importante, Gli esami strumentali ci permettono di ottenere immagini e informazioni molto precise, ma l’artroscopia ci offre una visione diretta delle strutture intra-articolari. Questo ha avuto un'importanza enorme anche dal punto di vista della conoscenza anatomica, Guardare per anni il polso dall’interno ci ha permesso di comprendere sempre meglio l’anatomia articolare e soprattutto le alterazioni che si verificano nelle diverse patologie».
E oggi l’artroscopia è quindi soprattutto una tecnica chirurgica?
«Sì, Oggi il suo impiego chirurgico è diventato molto importante, Possiamo utilizzarla nel trattamento di diverse patologie osteo-legamentose del polso. In alcuni casi l’artroscopia viene utilizzata insieme alla chirurgia tradizionale: si parla di tecnica mista, perché una parte dell'intervento viene eseguita a cielo aperto e una parte in artroscopia. In altri casi, invece, l’artroscopia può permettere di eseguire completamente il trattamento senza dover ricorrere a un’apertura tradizionale dell’articolazione».
Qual è il vantaggio per il paziente di un intervento mininvasivo?
«Il fatto di non dover aprire completamente l’articolazione può ridurre il trauma chirurgico, in generale, una tecnica meno invasiva può significare minori problemi legati alla guarigione dei tessuti e può ridurre il rischio di rigidità e dolore postoperatorio.
Naturalmente non significa che l’artroscopia sia sempre preferibile o che possa sostituire in ogni situazione la chirurgia tradizionale. La scelta dipende dalla patologia, dalle caratteristiche del paziente e dal tipo di intervento necessario».
Quindi mininvasivo non significa automaticamente “intervento semplice”?
«Assolutamente no, è importante chiarire questo aspetto, il fatto che gli accessi siano piccoli non significa che l’intervento sia necessariamente semplice. L’artroscopia richiede una conoscenza molto approfondita dell’anatomia del polso e una specifica esperienza da parte del chirurgo. Lavorare all’interno di uno spazio articolare molto piccolo significa utilizzare strumenti miniaturizzati e muoversi con grande precisione».
C'è anche un altro aspetto che spesso interessa i pazienti: i tempi di recupero. L’artroscopia permette di tornare prima alle proprie attività?
«La minore invasività può favorire un recupero più rapido, ma anche in questo caso non possiamo generalizzare. I tempi dipendono soprattutto dalla patologia trattata e dal tipo di procedura che viene eseguita. Un conto è un intervento artroscopico di tipo diagnostico o un trattamento limitato, un altro è utilizzare l’artroscopia per trattare una lesione più complessa. Per questo è sempre necessario valutare il singolo caso».
Se dovesse spiegare con una sola immagine ai nostri lettori che cosa rappresenta oggi l’artroscopia del polso, quale utilizzerebbe?
«Direi che è come avere una finestra molto piccola attraverso cui possiamo guardare direttamente dentro l’articolazione e, quando necessario, utilizzare quella stessa finestra per intervenire. È proprio questa la grande evoluzione che abbiamo visto negli ultimi trent'anni: siamo passati dal guardare per capire che cosa stava succedendo al guardare e, quando indicato, poter anche curare».
Quindi possiamo dire che l’artroscopia non ha semplicemente sostituito la chirurgia tradizionale, ma ha aggiunto nuove possibilità?
«Esattamente, non si tratta di mettere in contrapposizione artroscopia e chirurgia tradizionale, sono strumenti diversi che possono essere utilizzati in funzione della patologia. In alcuni casi l’artroscopia rappresenta la soluzione più indicata, in altri è utile affiancarla alla chirurgia a cielo aperto. L’obiettivo deve sempre essere quello di scegliere la tecnica più adatta per quella specifica situazione e per quel determinato paziente».



