Salute e benessere

Chi assisterà i bresciani in futuro? L’allarme degli infermieri

Ne mancano mille e il ricambio è sempre più fragile. L’Ordine: «Servono più riconoscimento delle competenze e meno soluzioni tampone. Si risolva il problema degli infermieri fantasma istituendo un registro parallelo». Molti scelgono la libera professione
Un'infermiera
Un'infermiera

«Chi ci assisterà in futuro?». Dietro la provocazione dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Brescia c’è un nodo che riguarda tutti: già oggi nella nostra provincia mancano circa mille infermieri. E il ricambio è sempre più fragile, tra iscrizioni in calo ai corsi di laurea in Infermieristica e professionisti vicini alla pensione.

La richiesta

«L’assistenza resta una responsabilità degli infermieri: altre figure possono affiancarci, ma nessuna può sostituirci – spiegano la presidente Stefania Pace e il consigliere Roberto Ricci –. Servono risposte strutturali, non soluzioni tampone: altrimenti l’Sos diventerà sempre più pressante, con ricadute sulla qualità delle cure e sulle Rsa, già oggi tra le realtà più esposte alla carenza di personale».

Stefania Pace, presidente dell'Ordine, con il consigliere Roberto Ricci
Stefania Pace, presidente dell'Ordine, con il consigliere Roberto Ricci

Per l’Ordine, molto preoccupato per il futuro, la strada passa da un riconoscimento pieno delle competenze, anche sul piano economico e nelle prospettive di carriera: «La nostra – sottolineano – è una categoria motivata, che continua a investire nella propria formazione: master, lauree specialistiche, dottorati di ricerca. Ora quelle competenze devono essere valorizzate».

Tremila «fantasmi» in Lombardia

L’Ordine conta oggi circa novemila iscritti. Un numero che non comprende gli «infermieri in deroga», definiti anche «infermieri fantasma»: professionisti arrivati dall’estero che, grazie a una misura introdotta durante la pandemia per fronteggiare la carenza di personale, possono lavorare in Italia con l’autorizzazione della Regione, senza iscriversi all’Ordine.

«Nata come soluzione tampone, questa deroga ha finito per creare nuovi problemi – sottolineano Pace e Ricci –. A differenza dei nostri iscritti, questi infermieri non hanno obblighi di formazione e non sono sottoposti a verifiche sulla conoscenza della lingua e sulle competenze». In Lombardia si stima siano tremila.

Da qui la richiesta dell’Ordine: istituire un registro parallelo all’Albo. «La proposta della Federazione nazionale degli Ordini delle Professioni Infermieristiche (Fnopi) è ferma da tempo in Conferenza Stato-Regioni – spiegano –. Servirebbe a capire quanti sono questi professionisti, da dove arrivano, quale formazione hanno e dove lavorano. Vogliamo conoscerli, offrire loro opportunità di formazione e farli uscire dall’ombra. Ne trarrebbero beneficio tutti: loro, i nostri iscritti e le persone assistite».

Intanto la carenza di personale si scarica su chi resta: turni sempre più pesanti, riposi che saltano, malcontento che cresce. Anche per questo alcuni infermieri scelgono di lasciare l’ospedale e spostarsi sul territorio, dove gli orari sono più compatibili con la vita privata. Il rischio è un circolo vizioso: meno personale nei reparti, più fatica per chi rimane, maggiore difficoltà a trattenere i professionisti.

Chi è l’infermiere di comunità

Sul territorio si fa largo l’infermiere di famiglia e comunità (Ifec): «È la figura che mancava – spiegano –: entra nelle case, segue il paziente e la famiglia, lavora con i medici di medicina generale, mette in rete i professionisti e indirizza verso i percorsi di cura più adatti. Fa prevenzione, intercetta i bisogni prima che diventino emergenze e può contribuire a ridurre i ricoveri, favorendo una migliore aderenza alle terapie».

Fa base nelle Case di comunità e ha una formazione mirata: almeno due anni di esperienza clinica, in alcuni casi un master di primo livello e un corso obbligatorio regionale.

Sguardo al futuro

Un altro fenomeno in crescita è la libera professione. L’Ordine lo considera un segnale positivo, perché apre nuovi spazi di autonomia, ma invita a tenere alta l’attenzione: «Per garantire la qualità delle cure servono un carico di lavoro sostenibile e tempi di riposo adeguati». Si stima che nel Bresciano gli infermieri in libera professione siano un migliaio. 

Tra le novità che interessano la professione ci sono, poi, le nuove lauree magistrali cliniche al via, in Italia, dall’anno 2026/2027: Cure primarie e Infermieristica di famiglia e comunità, Cure neonatali e pediatriche e Cure intensive e nell’Emergenza. Una volta formati, questi professionisti potranno prescrivere in autonomia dispositivi medici, ausili e presidi sanitari legati all’assistenza infermieristica.

«L’interesse per la formazione c’è – ribadiscono Pace e Ricci –. Quello che serve è il giusto riconoscimento delle competenze: un passo decisivo per rendere più attrattiva una professione che già oggi offre molte opportunità, dall’emergenza urgenza alle Case di comunità, dalle Rsa all’ospedale. Noi – concludono – continuiamo a fare la nostra parte, anche entrando nelle scuole per far conoscere ai ragazzi questi sbocchi. Ma ciascuno deve fare la propria: aziende, sindacati e tavoli istituzionali».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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