Salute e benessere

«Adhd non significa per forza iperattività: è importante riconoscerlo»

Chiara Stampatori, neuropsicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale: «Esistono bambini e ragazzi nei quali è molto evidente e altri nei quali prevalgono le difficoltà attentive»
Daniela Affinita
Un bambino con Adhd non riconosciuto può interiorizzare l’idea di essere sbagliato
Un bambino con Adhd non riconosciuto può interiorizzare l’idea di essere sbagliato

Quando si parla di Adhd si pensa quasi sempre al bambino che non sta fermo, che si muove continuamente, interrompe e fatica a rispettare le regole. Ma non è sempre così, ci sono ragazzi e ragazze nei quali l’iperattività è molto meno evidente e le difficoltà si vedono soprattutto nella concentrazione, nell’organizzazione, nel ricordare le consegne, nell’iniziare un compito e soprattutto nel riuscire a portarlo a termine. Sono proprio loro, spesso, a rischiare di più di non essere riconosciuti.

Perché quando un ragazzo sembra tranquillo, ma continua a fare fatica, è facile pensare che sia distratto, svogliato, poco motivato o che semplicemente «non si impegni abbastanza». Ma dietro a quel comportamento può esserci molto di più. Cosa significa davvero avere un Adhd e quali segnali non dovrebbero essere sottovalutati, soprattutto a scuola? Ne parliamo con Chiara Stampatori, neuropsicologa e psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, fondatrice e responsabile di Studio Memento e responsabile del servizio di neuropsicologia dell’età evolutiva «La fabbrica delle parole» di Domus Salutis.

Dottoressa Stampatori, quando parliamo di Adhd, di che disturbo parliamo?

«Adhd è l’acronimo di Attention Deficit Hyperactivity Disorder, che in italiano traduciamo con disturbo da deficit di attenzione e iperattività. È un disturbo del neurosviluppo, quindi una condizione con cui il bambino nasce e che può accompagnarlo per tutta la vita. Ha una componente biologica e una base genetica e riguarda il funzionamento delle funzioni attentive, esecutive e di controllo del comportamento».

È corretto pensare immediatamente al bambino che non sta fermo, interrompe e si muove continuamente?

«Questa è sicuramente una delle manifestazioni possibili, ma non è l’unica, esistono infatti bambini e ragazzi nei quali l’iperattività è molto evidente e altri nei quali prevalgono le difficoltà attentive. In questi ultimi casi il disturbo può essere molto meno riconoscibile e arrivare più tardi all’attenzione degli adulti».

Come si manifesta un bambino o un ragazzo con prevalente disattenzione?

«Sono manifestazioni diverse perché diversa è anche la richiesta che viene fatta a un bambino piccolo rispetto a quella che viene fatta a un adolescente. Generalmente sono bambini o ragazzi che fanno fatica a rimanere concentrati, l’attenzione io la descrivo come uno “spotlight”, un faro capace di illuminare solamente lo stimolo che mi interessa in quel momento, lasciando al buio tutto quello che non riguarda ciò che devo fare. Se sto rispondendo a una domanda, riesco a focalizzarmi sulla risposta e a inibire le voci che sento fuori dalla stanza, la telefonata che arriva sul cellulare, il pensiero relativo a chi mi ha chiamato e che dovrò richiamare più tardi. Nel bambino con Adhd questo “spotlight” è più simile a uno scolapasta: il fascio luminoso è pieno di buchi e dentro entra un po’ tutto. Il suo sistema cognitivo è costantemente attivo nel tentativo di rispondere a più stimoli contemporaneamente e può essere molto in balia di quello che arriva in quel momento. Possono essere stimoli uditivi, come le voci o le macchine che passano fuori, ma anche visivi, come le persone fuori dalla finestra. Possono essere i propri pensieri oppure sensazioni fisiche, come il fastidio di un vestito, un prurito o un dolore. Sono tutti elementi che il bambino può fare fatica a gestire e a inibire per rimanere concentrato su quello che sta facendo».

Può essere quindi un bambino apparentemente tranquillo?

«Certamente, un bambino può non avere un comportamento disturbante, non alzarsi continuamente, non interrompere e non attirare l’attenzione dell’insegnante, ma avere comunque importanti difficoltà attentive».

La dottoressa Chiara Stampatori
La dottoressa Chiara Stampatori

La lentezza può essere collegata alle difficoltà attentive?

«Assolutamente sì, il bambino può avere un ritmo molto variabile nell’esecuzione del compito: può partire velocemente, poi bloccarsi, ripartire velocemente e successivamente rallentare molto. Questa variabilità dipende dalla quantità di risorse attentive disponibili in quel momento, cioè da quanti elementi e quanti stimoli entrano in quello “spotlight”. Uno degli indici significativi per la misurazione oggettiva della capacità attentiva è proprio la velocità di elaborazione delle informazioni, che nei bambini con difficoltà di tipo Adhd può essere più bassa rispetto a quella dei bambini che non presentano queste difficoltà».

Perché questi bambini rischiano di essere considerati semplicemente pigri o poco motivati?

«Perché sono bambini che ci provano, ma non riescono e dopo un po’ possono smettere di provarci, non perché non vogliano, ma perché si è instaurato un meccanismo di impotenza. Se un bambino sperimenta continuamente di impegnarsi senza ottenere il risultato atteso, rischia di disinvestire dal compito perché sostenerlo gli costa una fatica enorme. Così può essere considerato pigro, poco motivato, a volte persino “lazzarone” o “asinello”. Ma davanti a un bambino apparentemente pigro o poco motivato dobbiamo sempre andare a cercare le cause. Un bambino non nasce pigro: se qualcosa nell’apprendimento non funziona, dobbiamo chiederci perché».

Cosa succede a un bambino con Adhd che non viene riconosciuto?

«La sofferenza può diventare soprattutto emotiva, viviamo in una società che punta molto sulla prestazione e su un funzionamento unidirezionale e il bambino con Adhd rischia di essere visto soprattutto attraverso i suoi difetti. Non valorizziamo la sua creatività, la capacità di fare brainstorming, la spontaneità. È un bambino che può essere rimproverato spesso, messo in castigo, a cui viene detto continuamente “fermati”, “stai fermo”, “non va bene”, “aspetta”. A lungo andare può interiorizzare l’idea di essere sbagliato, oppure pensare che la mamma non sia contenta di lui, che faccia arrabbiare gli altri e può sentirsi frequentemente in colpa. Il bambino con Adhd non riconosciuto non ha la possibilità di fare un vero training sulle proprie funzioni attentive, comportamentali ed emotive. E anche i genitori non possono fare un parent training sul funzionamento del proprio figlio: procedono per prove ed errori, cercando regole e strategie che possono essere molto difficili da individuare e applicare».

Un bambino con Adhd non riconosciuto può interiorizzare l’idea di essere sbagliato
Un bambino con Adhd non riconosciuto può interiorizzare l’idea di essere sbagliato

Ci sono ragazzi che arrivano alla diagnosi soltanto alle scuole medie o superiori?

«Assolutamente sì e aggiungerei che arrivano sempre più adulti, negli ultimi anni, con una richiesta di valutazione per Adhd. In alcuni casi sono genitori di bambini con Adhd, ma molto più frequentemente, rispetto a quanto accade per i disturbi dell’apprendimento, sono persone che hanno avuto dubbi per tutta la vita e che oggi, anche sollecitate dalle tante informazioni sulla neurodivergenza presenti sui social, decidono di approfondire. La diagnosi può essere fatta anche in età adulta, persino a sessant’anni. I test neuropsicologici sono infatti tarati per età: posso utilizzare strumenti differenti o correggere i risultati in base all’età della persona che sto valutando».

Se un genitore sospetta che il proprio figlio possa avere un Adhd, da dove deve partire?

«Ci sono due fonti di informazione e di confronto importanti: l’insegnante e il pediatra, sono due figure che non escluderei mai. L’insegnante perché trascorre molte ore con il bambino e perché è una figura che sollecita continuamente le sue funzioni cognitive, può quindi osservare eventuali fragilità. E poi il pediatra, che può dare indicazioni utili sui tempi per effettuare una valutazione, sulle sedi in cui svolgerla e sul percorso da seguire. Non tutti i pediatri sono necessariamente formati sulla neurodivergenza, ma possono rappresentare comunque un importante punto di partenza.

A chi bisogna rivolgersi? Chi può fare una diagnosi di Adhd?

«Le due figure di riferimento principali sono il neuropsichiatra infantile e il neuropsicologo, che spesso lavorano in team, soprattutto nell’età evolutiva. Il medico effettua la visita neuropsichiatrica e raccoglie gli elementi relativi allo sviluppo del bambino per identificare le caratteristiche cliniche dell’Adhd. Il neuropsicologo si occupa invece della valutazione neuropsicologica, quindi dei test e dell’osservazione qualitativa e quantitativa delle funzioni cognitive. La complessità della valutazione in età evolutiva richiede infatti di combinare tutti questi dati».

La diagnosi è anche un punto di arrivo?

«No, c’è poi tutta una presa in carico, è vero che l’Adhd non guarisce, nel senso che non possiamo aspettarci la risoluzione del disturbo come può accadere, per esempio, in alcune condizioni transitorie. Ma possiamo imparare a gestirlo e a gestire le caratteristiche del nostro funzionamento. In alcune situazioni complesse può esserci anche l’indicazione a una terapia farmacologica. Il metilfenidato, per esempio, è uno stimolante che agisce aumentando la disponibilità di alcuni neurotrasmettitori, come dopamina e noradrenalina, nelle aree coinvolte nel funzionamento attentivo e nelle funzioni esecutive di controllo. È quindi un intervento che, quando indicato, deve rientrare in un percorso specialistico».

Quanto sono frequenti ansia e depressione associate all’Adhd?

«Sono comorbilità abbastanza frequenti e rappresentano alcuni degli aspetti più importanti da considerare, la letteratura indica che una quota significativa delle persone con Adhd può sviluppare depressione nel corso della vita, con una probabilità maggiore rispetto alla popolazione generale. La probabilità aumenta quando l’Adhd non viene riconosciuto o trattato, per questo è importante non fermarsi alla semplice osservazione del comportamento, ma cercare di comprendere il funzionamento complessivo del bambino o del ragazzo».

Perché ancora oggi, quando diciamo Adhd, pensiamo quasi automaticamente all’iperattività?

«Perché l’immagine più conosciuta è quella del bambino che non sta fermo, che interrompe, che si agita, ma l’Adhd non è soltanto questo. Ci sono bambini e ragazzi nei quali la difficoltà principale è l’attenzione. Sono quelli che magari fanno fatica a iniziare un compito, a mantenerlo, a organizzarsi, a ricordare le consegne o a portare a termine un’attività. Possono apparire tranquilli e quindi rischiano di essere meno riconosciuti ed è proprio qui che dobbiamo cambiare lo sguardo: dietro un bambino che sembra distratto, lento o poco motivato può esserci una difficoltà reale che merita di essere compresa».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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