Forse il demone non è Bitcoin

L’arresto il 13 dicembre 2022 di Sam Bankman-Fried, fondatore ed ex amministratore delegato di Ftx, piattaforma di trading di criptovalute finita in bancarotta, ha innescato un effetto valanga nell’intero settore degli asset digitali.
Solo per fare un esempio: la società statunitense Silvergate Capital ha comunicato che i depositi di criptovalute dei suoi clienti sono scesi a 3,8 miliardi di dollari al 31 dicembre 2022, rispetto agli 11,9 miliardi del 30 settembre 2022.
Questo terremoto nel mondo cripto, non poi così inaspettato, permette di focalizzarsi nuovamente su un settore che fatica non solo a imporsi ma anche a essere compreso, sebbene più o meno tutti abbiamo sentito parlare di Bitcoin, la principale moneta virtuale per capitalizzazione e notorietà, un po’ meno invece di blockchain, la tecnologia che sta alla base.
Non è questo il luogo per spiegarne il funzionamento (non di semplice comprensione), bensì permette di riflettere sulla necessità di demonizzare, e non sottovalutare, questa nuova forma di interscambio. È vero che le monete virtuali, in virtù della loro natura decentralizzata, sono sfruttate in molti business illegali. È altresì vero però che alla loro base c’è un’idea, un’ideologia se vogliamo, che accarezza l’utopia e «la migliore delle società possibili»: parità assoluta negli scambi, nessuna eterodirezione ma una comunità che si auto limita e si auto controlla. E per fare questo utilizza una tecnologia, serva dell’Uomo e non sua padrona.La differenza tra volontà e rappresentazione è certamente sotto gli occhi di tutti ma proviamo a prendere ciò che di «buono» l’esperienza criptovalute ci può dare: l’Uomo cercherà sempre nuove tecnologie per progredire, come sempre le utilizzerà per fini che non sono quelli per le quali sono nate. Il «demone» perciò ancora una volta non si nasconde nello strumento ma nel fine, deciso solo e solamente dalle persone.
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