«Nel Bresciano cresce la ricchezza finanziaria: vale 100 miliardi»

Il professor Roberto Savona (Università di Brescia): «La ricchezza finanziaria dei bresciani è in crescita, trainata da investimenti e liquidità»
I depositi rappresentano circa il 26% delle attività finanziarie detenute dalle famiglie
I depositi rappresentano circa il 26% delle attività finanziarie detenute dalle famiglie
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Il dodicesimo rapporto sulla Qualità della vita, la ricerca promossa dal Giornale di Brescia in collaborazione con Bper Banca, si avvale quest’anno della collaborazione dei due atenei cittadini, ovvero l’Università degli studi di Brescia e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Oltre agli interventi del rettore Castelli e del prorettore Taccolini, altri professori hanno commentato, ciascuno per il proprio ambito di studi, uno dei temi principali oggetto della ricerca.

Questo l’intervento del professor Roberto Savona, ordinario nel dipartimento di Economia e Management dell’Università di Brescia.

L’Italia è ancora un Paese di risparmiatori?

Il risparmio rappresenta quella parte del reddito che scegliamo di non consumare immediatamente, ma di destinare al futuro per affrontare tutte le spese, previste e impreviste, nel corso delle varie fasi della vita. La vocazione dell’Italia ad essere un Paese di risparmiatori trova un riconoscimento e una tutela nella nostra stessa Costituzione, la quale all’art. 47 sancisce che «la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme». Benché il contesto attuale sia molto diverso da quello in cui si trovarono i padri costituenti, rimane immutata l’importanza attribuita al risparmio come elemento di stabilità, per famiglie e imprese, e di risorsa fondamentale per il progresso economico e sociale del Paese.

Dal secondo dopoguerra, la capacità di risparmio delle famiglie, in percentuale rispetto al reddito disponibile, è cambiata molto subendo forti rallentamenti soprattutto in conseguenza delle crisi finanziarie – in modo particolare, quelle valutaria del 1992 e dei debiti sovrani del 2013 –. Con l’introduzione dell’euro, il risparmio si è ridotto per effetto di un aumento dei consumi, sospinti da migliori condizioni di accesso al credito (minori tassi di interesse), stabilizzandosi su valori intorno al 10-12%. Nel 2000 l’Italia aveva una capacità di risparmio come quella della Germania e superiore alla media europea. Successivamente, si è registrata una progressiva riduzione nel tempo, fatta eccezione per l’anomalo rimbalzo durante la pandemia.

Gli ultimi dati disponibili di Eurostat – di giugno 2025 – ci posizionano insieme alla Spagna ad un valore pari a circa il 12%, distanti dalla media europea del 15% e da Francia e Germania le quali registrano valori vicini al 19%. Si tratta di un graduale scivolamento della propensione al risparmio, che si è accompagnato a redditi reali erosi dal crescente costo della vita: le recenti stime indicizzate al potere d’acquisto, indicano che l’Italia è il Paese dove i costi energetici sono tra i più alti in Europa. Questi dati vanno letti insieme ad altre dinamiche.

Mi riferisco, in particolare, al declino demografico a cui stiamo assistendo in Italia. L’impatto sulla spesa sanitaria e pensionistica produce una riduzione della capacità di risparmio soprattutto per la popolazione più giovane. Questo squilibrio avrà ripercussioni pesanti sulle nuove generazioni in uno scenario che vedrà un sistema di welfare destinato a diventare più costoso man mano che i beneficiari cresceranno rispetto ai contribuenti. In prospettiva, dunque, incoraggiare e tutelare il risparmio richiederà una programmazione di politiche efficaci, orientate ad accrescere il potere di acquisto dei redditi e a canalizzare le scelte di investimento in maniera consapevole e lungimirante. Ne va della nostra connotazione di Paese di risparmiatori.

Dopo anni di crescita, anche nel Bresciano si riduce l’ammontare dei depositi bancari delle famiglie e delle imprese. Cosa significa?

Va fatta una distinzione tra famiglie e imprese. Per le famiglie, non parlerei di riduzione dei depositi ma piuttosto di una sensibile contrazione avvenuta negli anni 2023-24. Da fine 2024, infatti, i depositi sono ritornati a crescere, analogamente a quanto osservato per l’intera Lombardia – che ha un peso di circa il 20% sui depositi nazionali –. Se guardiamo alle consistenze dei depositi bancari e postali a giugno 2025, il dato è di circa 27 miliardi di euro per Brescia, contro i circa 1.170 miliardi in Italia.

In media, i depositi rappresentano circa il 26% delle attività finanziarie detenute dalle famiglie; un valore che si è ridotto di circa 4 punti percentuali rispetto alla media registrata sul periodo 2010-2022 pari a 30%. Più che di riduzione dei depositi parlerei quindi di ricomposizione degli investimenti finanziari verso forme di investimento più remunerative – titoli di stato, azioni, fondi di investimento, prodotti assicurativi –. È un dato positivo, visto che la ricchezza finanziaria a Brescia è in costante crescita dal 2015 – se teniamo il dato medio nazionale del peso percentuale dei depositi, per la nostra provincia possiamo stimare una ricchezza finanziaria verosimilmente intorno a 100 miliardi di euro a giugno 2025 –. E ora le imprese. I depositi a Brescia sono cresciuti costantemente dal 2015 con tassi di variazione annuale sempre positivi. Negli anni della pandemia 2020 e 2021, le aziende bresciane hanno registrato, rispettivamente, tassi di variazione pari a +34% e +12%. Con il rallentamento degli investimenti, le imprese hanno ridotto il ricorso all’indebitamento aumentando la liquidità.

È aumentata la liquidità delle imprese
È aumentata la liquidità delle imprese

Se guardiamo i dati nazionali, dal 2010 ad oggi le riserve di liquidità sono raddoppiate in rapporto al totale dell’attivo di bilancio, con valori che sono passati dal 5% all’11% di fine 2024. A giugno 2025 i depositi detenuti dalle imprese a Brescia ammontavano a 18 miliardi di euro (prima del 2020 il valore medio era di circa 10 miliardi). È aumentata, soprattutto dopo l’esperienza del Covid-19, la tendenza a costituire margini di sicurezza in grado di affrontare tanto le spese ricorrenti quanto quelle impreviste. Complessivamente, oggi non vedrei dunque una contrazione dei depositi di famiglie e imprese bresciane, anche in considerazione del fatto che il dato aggregato in rapporto al Pil della nostra provincia è di circa l’80%, maggiore del valore medio registrato sul periodo pre-Covid (2015-2019).

Quali effetti potrebbe avere una sensibile riduzione dei depositi bancari nel medio periodo?

L’attenzione di analisti e policy maker in genere si concentra sulla variabilità dei depositi bancari, che rappresenta uno dei maggiori fattori di instabilità finanziaria a causa delle connesse implicazioni sull’economia reale. La volatilità dei depositi può infatti alterare o addirittura interrompere il flusso di investimenti e consumi, amplificando i rischi sistemici, rendendo inefficaci i meccanismi di trasmissione della politica monetaria. Un deflusso di depositi può essere innescato da fenomeni di panico bancario, oppure da dinamiche macroeconomiche sfavorevoli che erodono la capacità di risparmio. Un ulteriore elemento da considerare è il mutamento comportamentale dei depositanti. Si tratta di un fattore che solo di recente è stato oggetto di discussione e analisi.

Alcuni osservatori hanno verificato un legame tra flusso dei depositi e incertezza di mercato, intensa come calo di fiducia dei consumatori, tendenze di massa alimentate dai social media, annunci da parte delle autorità monetarie. A questi fattori va anche aggiunto il rischio geopolitico, che il World Economic Forum e il Fmi hanno identificato come una delle principali minacce alla crescita e al commercio globali. Storicamente, l’incertezza di origine «domestica» è stata sempre collegata a deflussi di depositi e fughe di capitali all’estero. Le nuove fonti di incertezza hanno invece impatti differenti e in alcuni casi imprevedibili. Nel caso di un incrementato rischio geopolitico transfrontaliero, ad esempio, recenti analisi hanno documentato una riallocazione della liquidità da attività più rischiose a strumenti più sicuri come i depositi. Tuttavia, più insidiose sono le tendenze di medio-lungo periodo, le quali in modo «silenzioso» e graduale possono modificare equilibri economici e finanziari considerati acquisiti.

La transizione digitale dei sistemi finanziari probabilmente rappresenta il macro-trend più importante, insieme al declino demografico di cui parlavo prima. Lo sviluppo di nuove tecnologie, le criptoattività e l’Intelligenza artificiale stanno erodendo i confini del sistema finanziario tradizionale, alimentando una crescente attenzione sui possibili impatti destabilizzanti.

Pur ritenendo poco probabile uno scenario con forme estreme di «decentralizzazione finanziaria», che implicherebbe consistenti deflussi di depositi, è importante che le autorità monetarie internazionali sviluppino una regolamentazione flessibile e orientata a garantire che le banche commerciali mantengano il ruolo centrale di sostegno all’economia reale. L’Europa sta andando in questa direzione con l’introduzione dell’euro digitale prevista per il 2029.

Il modello assunto dalla Banca Centrale Europea prevede infatti la combinazione di una base tecnologica centralizzata (presso la Bce) e di una rete distribuita di operatori privati che riduce il rischio di un settore bancario ridimensionato nella gestione di depositi e pagamenti. Si tratta di un conteso nuovo e inesplorato, che imporrà grande attenzione da parte delle autorità centrali nel conciliare solidità finanziaria con efficienza e innovazione tecnologica.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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