Le ragioni della longevità del governo Meloni

Il 20 ottobre appaierà al terzo posto il primo Esecutivo guidato da Craxi fra il 1983 e il 1986, per poi puntare ad arrivare, a fine legislatura, a sorpassare il secondo e il quarto governo Berlusconi
Il giuramento di Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il giuramento di Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il governo Meloni è da oggi il quarto più longevo della storia repubblicana. È arrivato a 1.024 giorni di durata, appaiando Renzi (che però stette a Palazzo Chigi per 1.019 giorni, dal 2014 al 2016, più cinque in ordinaria amministrazione, da dimissionario). Il 20 ottobre appaierà al terzo posto il primo Esecutivo guidato da Craxi fra il 1983 e il 1986, per poi puntare ad arrivare, a fine legislatura, a sorpassare il secondo e il quarto governo Berlusconi, così otterrà il primato assoluto (o, meglio, il secondo posto dall’Unità d’Italia perché il governo Mussolini durò 7.574 giorni, dal 1922 al 1943).

Sul piano statistico e politico ci sono però molte osservazioni da fare. La prima è che il nostro Paese ha visto succedersi molti governi e tornare più volte alla presidenza gli stessi premier. Berlusconi ha governato complessivamente per 3.339 giorni (quattro governi), seguito da Andreotti (2.678 giorni, sette governi) e De Gasperi (2.591 giorni, sette governi); in questa classifica la Meloni è appena decima, superata anche da Moro, Fanfani, Prodi, Craxi, Rumor e Segni.

Silvio Berlusconi ha governato complessivamente per 3.339 giorni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Silvio Berlusconi ha governato complessivamente per 3.339 giorni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La seconda è che la durata media dei governi è notevolmente aumentata durante la Seconda Repubblica: dal 1994 abbiamo avuto diciotto Esecutivi, per una durata media di circa un anno e nove mesi, mentre dal 1946 al 1994 i governi sono stati cinquanta (più uno a cavallo tra monarchia e repubblica) per una durata media di 339 giorni, cioè più o meno undici mesi. Questo vuol dire che le varie formule elettorali che hanno sostituito la proporzionale pura della Prima Repubblica hanno rafforzato le coalizioni vincitrici e che, soprattutto, è prevalsa una struttura bipolare dell’offerta politica, con due schieramenti che si sono alternati. Le legislature che hanno concluso regolarmente la loro durata sono state quattro (1996-2001; 2001-2006; 2008-2013; 2013-2018) mentre due sono finite presto (1994-1996; 2006-2008), più quella anomala del 2018-’22 e quella corrente che potrebbe diventare un’altra legislatura «piena».

Per contro, nella Prima Repubblica si sono avute cinque legislature concluse regolarmente alla scadenza (1948-’53; 1953-’58; 1958-’63; 1963-’68; 1987-’92) e sei finite in anticipo (1968-’72; 1972-’76; 1976-’79; 1979-’83; 1983-’87; 1992-’94). Prima del ’94 i governi duravano poco, ma le formule politiche moltissimo (centrismo, anni Cinquanta; centrosinistra, anni Sessanta; pentapartito, anni Ottanta) mentre dal 1994 in poi nessun polo ha mai vinto due elezioni di seguito. Quindi, un tempo c’era continuità di maggioranze ma valzer di ministri e premier, mentre ora cambiano le maggioranze a ogni elezione ma il governo di legislatura è più probabile.

Il tutto, indipendentemente da ciò che si fa: ci sono stati governi di media durata che hanno varato riforme importanti e governi longevi fatti per «tirare a campare per non tirare le cuoia» (come diceva Andreotti). La durata e la qualità dei governi non coincidono necessariamente, anzi sono fattori che devono combinarsi ma non sempre vi riescono. La «governabilità», dunque, se intesa come resistenza a Palazzo Chigi, ha un significato, ma se è intesa come efficacia ed efficienza dell’azione dell’Esecutivo può declinarsi in modi e tempi anche diversi da quelli dei «governi record».

Palazzo Chigi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Palazzo Chigi - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

C’è infine un ultimo aspetto da non sottovalutare: nello scorso decennio, fra il 2011 e il 2022, abbiamo avuto sei governi (Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II, Draghi) ma quattro formule politiche (centrosinistra più apporti di partitini di centrodestra; M5s più Lega; M5s più Pd; grande coalizione tecnica). Questo gran via vai è stato il frutto di una enorme volatilità elettorale che ha spostato di volta in volta fra il 25% e il 40% dei voti, premiando ad ogni occasione un partito diverso (M5s 2013, Pd 2014, M5s 2018, Lega 2019, FdI 2022).

Con le ultime elezioni la roulette si è fermata sul numero corrispondente al partito della Meloni. Da allora, chi cambiava voto ha deciso per l’astensione e chi è rimasto (avendo provato tutte le opzioni) ha scelto la stabilità, dunque la durata del governo pro-tempore in carica. Meloni, pur avendo soci di governo (come la Lega) che in taluni casi non erano affatto d’accordo sulla sua politica estera (sull’Ucraina) ha però tenuto saldo il suo polo perché ha saputo conciliare, «troncare e sopire», cioè governare senza scossoni, senza turbare i partiti alleati e senza sfidare l’opinione pubblica (come invece ebbe il coraggio di fare Craxi sulla scala mobile negli anni Ottanta, che poi vinse anche il referendum relativo, nonostante la spaccatura nel Paese).

Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La nostra presidente del Consiglio ha capito che per attuare il suo programma deve avere pazienza (sul piano economico sta proseguendo di fatto l’opera di Draghi, mentre sulla politica estera resta sull’asse filoeuropeo e cerca di fare i conti con le ambiguità e i minacciosi «antinazionali» dazi di Trump) e procedere per piccoli passi e per compromessi (si veda la gestione della candidatura alla presidenza del Veneto, che alla fine resta alla Lega per non crearsi problemi con Salvini). Ogni tanto rispolvera temi e accenti identitari, ha un approccio sempre polemico verso le opposizioni, ma tutto fa parte del registro dello «stop and go» che permette a FdI di restare ad alta quota nei sondaggi e agli italiani di congelare da tre anni - poi si vedrà - le loro scelte elettorali.

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