La cautela di Palazzo Chigi tra diplomazia e pragmatismo

Nella tragica e intricata guerra medio-orientale e di fronte al dramma umanitario nella Striscia di Gaza, Emmanuel Macron giudica, come lo spagnolo Sanchez, che sia il momento per la Francia di riconoscere lo «Stato di Palestina», che in realtà non esiste.
Un atto, quello dell’Eliseo, per certi versi spericolato che, criticato duramente da Trump e dagli israeliani («un tradimento»), non è stato seguito in Europa né da Keir Starmer in Gran Bretagna né da Friedrich Merz in Germania. E nemmeno da Giorgia Meloni: la nostra presidente del Consiglio considera «controproducente» la mossa di Macron anche ai fini della stessa nascita di uno stato palestinese rispetto alla quale l’Italia, dice, resta «favorevolissima».
Del resto il governo di Roma sin dalla Prima Repubblica è legato alla teoria dei «due popoli e due stati» il che presuppone che si rinunci da una parte e dall’altra alla rivendicazione dell’intero territorio che va dal fiume Giordano al mar Mediterraneo.
Il problema è che questa rivendicazione accomuna i terroristi di Hamas – non dimentichiamolo mai: gli autori dell’atroce strage del 7 ottobre – e gli estremisti israeliani, quelli che sono al governo con Netanyahu e quelli che in Cisgiordania occupano illegalmente terre palestinesi, amministrate da una ANP ben simboleggiata dal suo capo Abu Mazen: vecchia, impotente, probabilmente corrotta, nei fatti subordinata proprio al suo vero nemico, e cioè ad Hamas.
Di fatto – è la traduzione spicciola delle frasi cautissime di Giorgia Meloni – riconoscere oggi lo «Stato di Palestina» significherebbe istituzionalizzare i macellai di Hamas e dare ancora più forza ai coloni israeliani di estrema destra. Non è del tutto infondato sostenere, come fa il governo italiano, «che i tempi non sono maturi» e che prima serve una pace duratura. È la stessa opinione dei tedeschi e degli inglesi, e dunque quella italiana non è certo una posizione isolata: semmai proprio la Francia dimostra di non essere riuscita, con la sua iniziativa, a dettare la linea agli alleati di Londra, Berlino e Roma, figuriamoci di Washington.
La cautela della premier, dalle opposizioni di casa considerata sintomo di un opportunismo senza principi e privo di risultati concreti, è ben rispecchiata nell’articolo che questa settimana le dedica, insieme alla copertina, la prestigiosa rivista americana Time.
Un articolo che non è un «trionfo» come dicono i sostenitori, e nemmeno una stroncatura come sostengono gli avversari. È semplicemente il riconoscimento a Meloni di essere «una delle figure più interessanti d’Europa» il cui governo manifesta sì «venature illiberali che inquietano i critici» ma che pure «è ben lontano dall’autoritarismo che gli viene attribuito».
Il giornalista di Time non nasconde le ombre – meticolosamente elencate – né esalta le luci della destra al potere, e nessuno sconto le viene fatto: si prende atto però che in Europa Meloni «è una figura chiave» per il suo tentativo di costruire «una destra patriottica e responsabile» che ha «rinnegato il fascismo e l’antisemitismo». Il risultato di immagine c’è, per l’inquilina di Palazzo Chigi, è indubitabile; ma noi ci vediamo anche una discreta lezione di giornalismo.
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