Meloni, leadership solida ma l’azione di governo resta incompiuta

Superata ampiamente la boa di metà legislatura, il governo Meloni può essere oggetto di un primo, sommario bilancio. Se in politica interna si sono scelti approcci come l’inasprimento delle pene per alcuni reati o la creazione di nuove fattispecie, sul piano dell’immigrazione si sono incontrate parecchie difficoltà in merito all’idea (non molto fortunata e brillante, forse) di aprire un centro in Albania, costato molto e finito nel mirino di critiche e rilievi giurisprudenziali (come quelli recenti della Cassazione). In politica economica, qualcuno – con un sovrappiù di entusiasmo – ha proposto addirittura il Nobel per l’economia alla Meloni.

Se proprio lo si dovesse dare – e non è certo il caso – spetterebbe a un Giorgetti che ha assicurato con serietà ed efficienza una certa continuità rispetto al lavoro svolto da Daniele Franco durante il governo Draghi, per altro è ancora fresca la memoria dell’intervento in Parlamento della premier durante il quale, parlando dello spread e del rating, ha detto che i titoli di Stato italiani sono più sicuri di quelli tedeschi (la reazione di Giorgetti, che ha scosso la testa, ha sottolineato la topica, indice forse di una non perfetta conoscenza della materia da parte del Presidente del Consiglio). Sulle grandi riforme, procede quella sulla separazione delle carriere, arranca fortemente l’autonomia differenziata, rallenta (ma per motivi strategici della premier che pure l’ha promosso) il premierato.
In compenso, i partiti alleati di Fratelli d’Italia (che, messi insieme, hanno solo i due terzi dei voti del partito della Meloni) si sono dati dei ruoli precisi: Tajani presidia il confine centrista (arriva a proporre lo «ius scholae», per poi non farne nulla, visto che gli altri sono contrari e che un «giro di valzer» degli azzurri con le opposizioni potrebbe produrre gravi conseguenze sulla maggioranza e sul governo) mentre la Lega è oggi il partito più a destra della coalizione (in politica estera, poi, Salvini sembra distante anni luce dalla linea dell’Esecutivo che sostiene); la Meloni lascia spazio di manovra a Lega e FI, tanto i sondaggi premiano sempre e solo il partito della premier, giunto al 30%.
La stabilità di FdI su quota 30% è figlia di un atteggiamento grazie al quale, al di là dei toni spesso tribunizi, la premier tende in realtà a troncare e sopire, sostituendosi come «forza tranquilla» al partitone berlusconiano dei primi anni del secolo, pur non accantonando mai i simboli (la fiamma) e un certo lessico della destra di Colle Oppio. Uno dei campi nei quali la Meloni andava benino, fino all’elezione di Trump, era la politica estera, al netto delle liti furibonde con la Francia di Macron: si era ritagliata un ruolo (un po’ ambiguo, fra sostegno e «disimpegno costruttivo») nei confronti della Commissione europea della Von der Leyen, ma sostanzialmente (anche sull’Ucraina) c’è sempre stata continuità con la linea di Draghi e con quella tradizionale dell’Italia.
La rielezione del magnate americano alla Casa Bianca ha terremotato tutto il quadro internazionale; la Meloni, contando sulla comune appartenenza alla destra nazionalista internazionale, è stata anche ricevuta a Washington con tutti gli onori. Nonostante ciò, sui dazi ha perso la possibilità di ospitare a Roma la trattativa Usa-Ue e non è in vista un trattamento di favore degli americani su alcuni nostri prodotti di punta; in quanto ai tavoli internazionali, l’Italia resta – come è spesso accaduto nell’ultimo decennio, era Draghi esclusa – ai margini del grande gioco e dei tavoli decisionali, anche perché è difficile essere contemporaneamente amici di Trump che ci massacra con i dazi e chiede un forte aumento della spesa militare (che da noi si attuerà verosimilmente facendo passare per strategiche cose che non lo sono, come il ponte sullo stretto di Messina) e dall’altra chiedere un posto di primo piano nell’Europa che sostiene l’Ucraina malgrado l’ambiguità del presidente americano e che deve cercare di resistere alla guerra commerciale che gli Usa hanno dichiarato all’Ue.
Il presidente degli Stati Uniti @realDonaldTrump annuncia i dazi a 7 Paesi, partita aperta con l'Unione europea. Il punto di Valentina Brini. #ANSAEuropa#dazi https://t.co/jbppmDFqep
— ANSA Europa (@ansaeuropa) July 8, 2025
In sintesi: l’amicizia con Trump non ci ha fruttato nulla, l’ambiguità con l’Ue non ci ha certo avvantaggiato. Per finire, va rimarcata la sapiente gestione della comunicazione da parte della premier: poche interviste e conferenze stampa, tanti messaggi «disintermedianti» (cioè diretti alla popolazione, senza dover affrontare domande scomode), ma soprattutto una costante opera di rassicurazione dell’elettorato moderato che passa (sembra un controsenso, ma è funzionale) per l’individuazione di tanti nemici (praticamente tutti i contropoteri istituzionali, sociali e culturali che non collimano con la linea del governo). Sul piano elettorale, questa politica è fruttuosa, anche se i risultanti fattuali dell’azione dell’Esecutivo sono un po’ meno ricchi ed eclatanti.
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