Politica

Inselvini e l’Europa: «Investiamo nella famiglia, la vera sfida è culturale»

L’eurodeputato eletto con Fratelli d’Italia e membro del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei commenta i primi due anni di mandato e rilancia alcune battaglie per il futuro
Stefano Zanotti

Stefano Zanotti

Giornalista

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Strasburgo, l'intervista all'eurodeputato Paolo Inselvini

Paolo Inselvini da due anni si divide tra Bruxelles e Strasburgo. Il bresciano, eletto nel 2024 con Fratelli d’Italia e adesso membro del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei, ha tracciato un bilancio delle sue attività al Parlamento europeo. Le sfide da vincere sono quelle contro la denatalità e l’egemonia culturale della sinistra, combattute – come sottolinea lui stesso – «con lo stesso spirito di quando ero ragazzo e facevo militanza».

Lo abbiamo intervistato in occasione della sessione plenaria di giugno. 

Onorevole Inselvini, è quasi a metà del suo mandato. Che bilancio traccia di questi primi anni da europarlamentare?

Dal punto di vista personale e dell'impegno sul territorio sono stati anni intensi ed entusiasmanti. La promessa che avevo fatto ai cittadini era quella di spendermi ogni giorno per i valori in cui credo. Quando varco le porte del Parlamento europeo avverto tutto il peso delle responsabilità che mi porto dal territorio: questo mi permette di non allontarmi ldalla realtà. Politicamente, ci troviamo in un momento storico cruciale e delicato sul piano geopolitico, economico e valoriale. Davanti alle crisi si può scegliere l'approccio disfattista o si può investire sul cambiamento. Per questo porto avanti il progetto «Alzati Europa»: credo che il continente debba ripartire da una rinascita morale e spirituale, riscoprendo le sue radici cristiane per ritrovare una direzione comune e tornare centrale nello scacchiere internazionale, a partire dal Mediterraneo e dal Medio Oriente.

Se pensiamo alle dinamiche economiche e produttive, qual è l’impegno per il territorio bresciano?

Il mio obiettivo principale è tutelare il tessuto produttivo bresciano, una realtà straordinariamente intraprendente. Parliamo di un territorio che per Pil, manifattura e valore aggiunto agricolo e industriale supera persino alcuni Stati membri dell'Unione. A Bruxelles stiamo lavorando per riportare pragmatismo. La Commissione europea ha parzialmente modificato la linea rispetto al quinquennio precedente, dove imperava una visione ideologica della transizione ecologica dettata dal Green Deal. In Commissione Ambiente stiamo cercando di bilanciare la sostenibilità ecologica con quella sociale ed economica. In queste settimane è in discussione la revisione dell'Ets, la tassa sulle emissioni che ha pesato enormemente sulle nostre aziende senza produrre i benefici ambientali sperati: di fatto, più che l'impatto ambientale, è diminuita la nostra produzione industriale. Sul fronte agricolo, invece, ci stiamo battendo per il principio di reciprocità commerciale e per il riconoscimento degli agricoltori come custodi del territorio, specialmente nelle aree montane e fragili. La sovranità alimentare non è uno slogan: la libertà dell'Italia e dell'Europa dipende dalla capacità di produrre autonomamente il proprio cibo, mettendoci al riparo da crisi geopolitiche come quelle che colpiscono lo stretto di Hormuz, che causano il rincaro di fertilizzanti e materie prime.

Quella per gli agricoltori non è l’unica battaglia che le sta a cuore...

Sono presidente dell’intergruppo per la demografia insieme a una collega slovena del Ppe e a un collega rumeno dei Socialisti. E siamo riusciti a coinvolgere quasi tutte le famiglie politiche. Lo abbiamo voluto per affrontare alla radice il vero dramma del nostro continente: l'inverno demografico. Il calo della popolazione penalizza la disponibilità di manodopera, la tenuta sociale e la stessa identità europea. La nostra proposta è molto pragmatica e si basa su calcoli economici precisi: ogni euro speso per la famiglia e la natalità non deve essere considerato un costo, ma un investimento strategico. Chiediamo quindi che queste risorse vengano scomputate dalle regole rigide del Patto di stabilità, garantendo ai Governi un maggiore margine di manovra finanziaria. Due settimane fa, per la prima volta nella storia delle istituzioni europee, il Papa ha ricevuto in udienza un intergruppo parlamentare, spronandoci a proseguire su questa strada.

A proposito del Papa, proprio di recente ha lanciato un appello al G7 per la pace in Medio Oriente. In Aula lei è intervenuto duramente sulla situazione in Libano, invocando la fine delle ostilità e non risparmiando critiche a Netanyahu. 

Credo che la tutela della vita umana sia la priorità assoluta della politica, sopra ogni ideologia. Troppo spesso in Parlamento vedo posizioni preconcette che non guardano alla realtà e alle sofferenze di chi vive a migliaia di chilometri da qui. Personalmente credo che l'Unione europea, mossa anche da una forte sensibilità cristiana, debba riscoprire un ruolo di mediazione per abbassare i toni e favorire la pace, anziché limitarsi a tifare per una fazione o per l'altra. Trovo inaccettabile che si liquidi la morte dei civili in Palestina o in Libano come un semplice «danno collaterale». Sono stato in Libano qualche mese fa, assistendo in prima persona ai bombardamenti nel sud del Paese. Lì ho conosciuto la comunità cristiana locale, un punto di riferimento fondamentale in Medio Oriente. Sono persone senza armi, intrappolate in conflitti che non hanno voluto: sono loro i nostri primi interlocutori, non chi destabilizza la regione per interessi speculativi o legati al controllo del petrolio.

Durante quel dibattito, un collega l'ha incalzata chiedendole come si possa proteggere queste popolazioni se poi l'Europa chiude le porte all'accoglienza. Cosa risponde?

Rispondo che dobbiamo risolvere le cause profonde del disagio nei Paesi d'origine, anziché limitarci a gestire le conseguenze. È l'approccio che sosteniamo anche nella Commissione per lo sviluppo e la cooperazione e che si riflette nel Piano Mattei: collaborare politicamente e commercialmente con questi popoli, trattandoli alla pari e aiutandoli a prosperare a casa loro. Se andiamo lì a bombardare o a tollerare la distruzione delle loro terre, è ovvio che le persone scappino. Da un lato contesto la visione assistenzialista della sinistra, che vorrebbe accogliere chiunque indiscriminatamente; dall'altro dico chiaramente anche ai colleghi di destra che non si possono appoggiare certe dinamiche geopolitiche destabilizzanti e poi pretendere di bloccare i flussi migratori. Serve coerenza. 

C’è poi la questione dei rapporti commerciali tra Unione europea e Stati Uniti, scossi dalla politica dei dazi. Una partita che Brescia continua a osservare con attenzione. Cosa sta facendo l'Europa?

Inizialmente le minacce di Trump hanno generato molta preoccupazione. Tuttavia, i nostri imprenditori hanno saputo attutire il colpo grazie all'altissima qualità dei loro prodotti, che restano competitivi a livello globale. In Parlamento c'era chi spingeva per una rottura totale delle relazioni commerciali con gli Stati Uniti: sarebbe stato un errore gravissimo. Il mercato americano è fondamentale per la nostra manifattura e per l'agroalimentare. Ben venga la ricerca di nuovi sbocchi commerciali, ma non si può abbandonare un partner storico per una contingenza politica. Il voto sull'accordo commerciale va proprio in questa direzione: una sintesi pragmatica ed equilibrata che evita l'escalation, mantenendo i nostri dazi a livelli non eccessivi per stemperare le tensioni e scongiurare ulteriori ritorsioni da parte di Washington.

Guardando ai prossimi anni del suo mandato, quali sono gli obiettivi?

Il mio stile non cambia: resto lo stesso ragazzo che faceva militanza, affiggeva i manifesti e faceva i volantini davanti alle scuole o ai supermercati. Qui mi muovo in un ambiente istituzionale complesso, spesso ostile ai valori tradizionali in cui credo, ma porto avanti il mio lavoro senza filtri e senza paura. L'Italia sconta spesso un limite: quello di cambiare troppo frequentemente i propri rappresentanti a Bruxelles. Costruire relazioni solide ed incidere sui dossier richiede tempo e continuità, come dimostrano altri Paesi che mantengono gli stessi eurodeputati per venti o trent'anni. Il mio auspicio per i prossimi anni è che il lavoro sulla demografia si traduca in direttive e regolamenti concreti a sostegno delle famiglie. Ma la vera sfida resta culturale. Per decenni la sinistra ha lavorato efficacemente sulle «casematte» culturali di cui parlava Gramsci; la destra si è spesso limitata a rispondere alle emergenze o a difendersi dagli attacchi. Dobbiamo invece tornare a proporre una visione forte, che rimetta al centro la verità sui temi etici, sulla famiglia e sulla vita, e che rinsaldi i pilastri millenari su cui si fonda l'Europa, ben prima della nascita delle istituzioni comunitarie.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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