Il petrolio e il «picco di Hubbert»: la sicurezza Usa e l’ombra di Carter

Proponiamo oggi la prima parte di una «trilogia» di analisi concepita per chiarire le radici lontane di alcune questioni sottese a scelte e logiche che determinano gli attuali scenari geopolitici. Su tutti quello dell’intervento degli Stati Uniti in Venezuela
Il presidente Usa Jimmy Carter - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente Usa Jimmy Carter - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Diciotto aprile 1977, Washington. Sera. Un cielo plumbeo e carico di umidità si stende sopra i profili neoclassici dei monumenti, mentre le ombre si allungano sui marciapiedi ancora lucidi dopo una pioggia passeggera. In un salotto immerso nella penombra, un uomo con gli occhiali calati sul naso stringe tra le mani una pesante tazza di ceramica.

Il vapore del caffè nero si alza in sottili volute. Dalla cucina arriva il ronzio basso e costante di un grande frigorifero smaltato, unico suono a rompere il silenzio di una casa in attesa. Dal posacenere, il fumo di una sigaretta dimenticata sale pigro verso il soffitto, tagliato dalla luce grigia e intermittente che proviene dal televisore.

Sullo schermo in bianco e nero, un uomo con giacca scura e cravatta impeccabile, sta seduto dietro una grande scrivania di legno intarsiato. Alle sue spalle una grande finestra incorniciata da due bandiere. Sul tappeto, una bambina siede composta, i capelli illuminati dai riflessi del tubo catodico, mentre il massiccio telefono a disco color crema resta muto sulla scrivania di mogano: un testimone silente in una città in ascolto di parole profonde che parlano di futuro e di incertezza.

Il presidente Jimmy Carter, con le mani giunte sulla scrivania sta parlando della situazione economica ed energetica degli Stati Uniti: «Il petrolio e il gas naturale, da cui dipendiamo per il 75% della nostra energia totale, stanno semplicemente finendo. Nonostante gli sforzi crescenti, la produzione interna è diminuita costantemente a circa il 6% annuo. Le importazioni sono raddoppiate negli ultimi 5 anni. L’indipendenza economica e politica della nostra Nazione sta diventando sempre più vulnerabile. A meno che non vengano apportati cambiamenti profondi per ridurre il consumo di petrolio, ora crediamo che all’inizio degli anni ’80 il mondo richiederà più petrolio di quanto possa produrre».

L’inquadratura si stringe sul presidente: «Il mondo ora utilizza circa 60 milioni di barili di petrolio al giorno, e la domanda aumenta ogni anno di circa il 5 percento». Il presidente sottolinea poi il problema più rilevante che implica che se si continuasse a mantenere il tasso di crescita dei consumi del 5%, «potremmo esaurire tutte le riserve di petrolio provate del mondo entro la fine del prossimo decennio».

Il discorso di Carter dell’aprile del 1977 fu uno dei momenti chiave in cui la politica statunitense cercò di rispondere alla profonda crisi energetica scaturita dalla crisi del 1973 ma che affondava le sue radici qualche anno prima ed esattamente nel 1970. In quell’anno accadde qualcosa di importante per la estrazione petrolifera statunitense: venne raggiunto il picco di produzione.

Quello che viene denominato «picco di Hubbert», secondo la teoria del 1956 del geofisico statunitense Marion King Hubbert. Essa serve a descrivere l’evoluzione temporale della produzione di una qualsiasi risorsa mineraria o fonte fossile esauribile o fisicamente limitata.

La logica sottostante è che l’estrazione del petrolio segue un andamento a campana: la produzione cresce nel tempo finché non raggiunge un suo massimo (il picco, appunto); da quel momento in poi inizia a decrescere.

Mentre i costi di estrazione hanno un andamento crescente. È come schiacciare una spugna piena di acqua: all’inizio lo sforzo è minimo perché la spugna è piena, ma pian piano che si svuota, dobbiamo premere di più.

E nel mondo dell’energia, questa pressione si traduce inevitabilmente in costi crescenti: estrarre l’ultima goccia è molto più costoso che prelevare la prima. In ogni caso l’acqua che riusciamo ad ottenere è minore di quella che avevamo all’inizio perché il giacimento si sta esaurendo.

Quello che a noi interessa, per comprendere le parole di Carter, è il picco: una volta che lo abbiamo raggiunto, sappiamo che dal momento successivo produrremo meno petrolio di prima, con un andamento decrescente e irreversibile. Se questo ragionamento viene applicato a tutti i pozzi di uno Stato, allora si crea un problema in termini di «sicurezza energetica».

Infatti il Presidente affermò: «Non possiamo aumentare sostanzialmente la nostra produzione interna, quindi dovremmo importare il doppio del petrolio rispetto a quanto facciamo ora. Le scorte saranno incerte. Il costo continuerà a salire». E continuò dicendo: «Dobbiamo ridurre la nostra vulnerabilità a embarghi potenzialmente devastanti».

Il discorso continuò invitando gli Americani, che «utilizzavano l’equivalente energetico di 60 barili di petrolio a persona ogni anno» a modificare il proprio comportamento. Addirittura si rifletteva sull’utilizzo del carbone, «la fonte energetica più abbondante, facendo attenzione a proteggere l’ambiente e applicando standard di sicurezza più severi all’energia nucleare».

Ora, nel 1970 si raggiunse effettivamente il picco per gli Stati Uniti e ciò ebbe importanti effetti di geopolitica e macroeconomici di cui ci siamo occupati in altri articoli. Ma il punto rilevante è come questa teoria abbia modificato e possa modificare la politica di uno Stato ed in particolare degli Stati Uniti.

Sapere di non essere autosufficienti implica la necessità di individuare nuove risorse (possibilmente rinnovabili) o bisogna trovare nuovi giacimenti o interni al Paese o esterni. Ma come siamo passati dalla paura della fine alla vertigine dei consumi odierni? Per capirlo, nel prossimo appuntamento dovremo alzare lo sguardo verso la Luna.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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