Giovani e politica: la speranza e l’angoscia di chi si mette in gioco

Parlano l’attivista Alde, la giovane radicale e il segretario della nuova generazione di democratici bresciani
Una votante
Una votante
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La più recente indagine Ipsos relativa all’interesse dei giovani nei confronti della politica restituisce un’immagine di una generazione – quella dei millennial – sfiduciata e lontana dal voto. È quindi interessante parlare direttamente con i nati tra i primi anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, raccogliendo direttamente il loro pensiero.

L’attivista

Elena Buratti
Elena Buratti

«Se chiedi a un boomer cosa vuole oggi un ragazzo non sa rispondere, perché coi ragazzi non ci parla».

Non fa giri di parole Elena Buratti, bresciana classe 1998 attivista del Partito Liberal Democratico europeo (Alde), per raccontare quella che definisce «una distanza generazionale incredibile»: «La politica italiana è rimasta indietro rispetto alla nostra concezione di mondo. Le domande che vengono poste dai ragazzi hanno linguaggi diversi, noi invece vogliamo soluzioni che guardino al futuro, anziché al proprio naso e al portafogli. Ma in verità ci accorgiamo che nessuno ha davvero l’intenzione di colmare questa distanza. Anzi, sembra che la Gen X voglia metterci i bastoni tra le ruote». Ad esempio? «Oggi ci dicono che tre lauree non sono abbastanza quando loro hanno avuto bisogno solo di un diploma. Tutto ci è reso più difficile».

Ma cosa chiedono i giovani d’oggi? «Soluzioni sostenibili per 50 anni, non bonus o risposte facili. Le politiche sono rivolte solo a una fascia d’età: dove sono i fondi per l’istruzione, per la ricerca? Ci incolpano perché non facciamo figli ma non c’è politica strutturale. Ecco perché tutti scappano. Anzi non tutti, ma molti».

Non c’è speranza, allora? Elena Buratti respinge tentativi di lassismo sociale: «Non è impossibile cambiare le cose, perché se si trovano persone disponibili ad accoglierti nel mondo politico esistente è possibile dare il proprio apporto positivo e giovane che guarda al futuro e dire: non esiste solo la campagna elettorale per le pensioni». Ecco perché ragazzi come Elena fanno politica: «Sono stufa di un sistema che non mi rappresenta, allora provo a fare la mia parte. E tanti così come me. Credo che oggi la mia generazione si divida in due parti uguali: chi è estremamente impegnato nella politica partitica o associazionistica ed è molto sensibile al green e all’economia e chi invece è completamente disilluso».

Il segretario dei Giovani Democratici

Mateo Hernandez
Mateo Hernandez

«Non è disaffezione alla politica, ma nei confronti dei partiti tradizionali, visti dai giovani come vecchi e di sistema». Mateo Hernandez George, classe 2001, è il segretario cittadino dei Giovani Democratici di Brescia, che ha un’idea chiara del sentimento diffuso delle nuove generazioni verso il «sistema». «Mi sembra che i movimenti di piazza esprimano una sensibilità culturale e associativa e quindi anche politica – spiega Hernandez –. C’è però una differenza radicale con la politica giovanile degli anni passati: l’azione non è più dettata dalla speranza ma dall’angoscia per un mondo che non piace e per un futuro che risulta una minaccia più che una promessa. Si è rotto un patto generazionale su cui si basava il sistema capitalistico occidentale, cioè che i figli staranno meglio dei genitori. Valori ritenuti saldi non ci sono più».

Come uscirne? «Giovani e adulti devono riformulare questo patto generazionale. Gli adulti devono prendersi le responsabilità e ascoltare, i partiti da avamposti di potere devono diventare costruttori di possibilità. Innanzitutto bisogna fare un’autocritica filosofica e culturale. Fino ad allora penso che i giovani resteranno ancora poco attratti dalla politica». C’è però bisogno anche di intercettare l’altra metà della generazione che guarda altrove, che non si preoccupa né si informa. «Non penso che ci sia una depoliticizzazione – continua il segretario Gd –, quando parlo coi liceali mi accorgo che, pur non avendo magari strumenti linguistici adeguati a esprimersi, hanno una stupefacente consapevolezza sui temi e sui problemi».

La giovane radicale

Federica Oneda
Federica Oneda

«La democrazia è una tecnica e come tutte le tecniche va riformata, anche in base agli strumenti per partecipare alla vita politica». Federica Oneda, classe 2001, è un’attivista nell’area di appartenenza dei Radicali Italiani. Dal proprio osservatorio di militante politica 24enne resta ottimista e, pur consapevole delle criticità che un giovane della GenZ affronta ogni giorno, vede più di uno spiraglio. «Credo che la mia generazione si stia riavvicinando alla politica; per anni ci si è distaccati da temi politici, oggi c’è un recupero dell’appartenenza sociale e bisogno di identificarsi in qualcosa di collettivo ma mancano gli strumenti per far sì che tale partecipazione generazionale cambi».

E quali strumenti chiede la generazione di Federica? «Faccio un esempio: difficilmente oggi il canale privilegiato per avvicinarsi alla politica è l’iscrizione ai partiti. Si preferisce aderire ad associazioni e a comitati singoli. Con alcuni under 30 in tutta Italia abbiamo appena formato il comitato “Ma quale casa?”, campagna per il diritto all’abitare che ha l’obiettivo di raccogliere 50mila firme affinché tutti possano avere un’abitazione in cui vivere. Il voto fuori sede, invece, è un’istanza che proviamo a far approvare da 5 anni ma non ci è ancora stato dato il diritto».

La creazione di reti come strumento per boicottare processi di rallentamento di democrazia, insomma. Altro che partiti. «Ci accorgiamo che non si possono cambiare le cose solo col voto, serve una partecipazione diversa. Da un lato i partiti non riescono più a rappresentarci, dall’altra con uno sgretolamento dell’identità è difficile trovarne uno davvero rappresentativo. L’astensionismo è diretta conseguenza».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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