Cuperlo: «Il referendum una controriforma per colpire la magistratura»

Gianni Cuperlo risponde dalla sede della Fondazione Ds di Brescia. Di lì a una mezz’ora buona parlerà del suo ultimo libro «La frontiera ferita», sottotitolo: guerre, fascismo, foibe, esodo («un tema più che mai attuale» commenta). Ma siccome al deputato dem piace arrivare agli appuntamenti in anticipo, non schiva le domande sul referendum del 22 e 23 marzo. Anzi, puntualizza subito: «Questa non è una riforma della giustizia».
On. Cuperlo, c’è chi dice che questo referendum sia stato molto, forse troppo, politicizzato. Che ne pensa?
Beh, in parte era inevitabile. Nel senso che per il governo, per questa maggioranza, è una riforma fondamentale della legislatura. Noi l’abbiamo contestata sul piano del metodo e del merito. Si tratta della prima riforma costituzionale di tutta la storia repubblicana uscita dal Parlamento esattamente nella stessa versione in cui è entrata: il Parlamento non ha potuto modificare nemmeno una virgola. Ma le regole vanno pensate, scritte, discusse assieme: questo è un limite di metodo molto grave.
Ma vi sareste davvero seduti a un tavolo di lavoro?
Non siamo stati convocati a nessun tavolo preventivo, ma il vero tavolo era il Parlamento, erano le commissioni congiunte affari costituzionali, giustizia, erano le aule di Camera e Senato dove abbiamo depositato centinaia di emendamenti chiedendo di poter confrontarci sul merito, cosa che non è avvenuta.
Arriviamo al merito: perché sostiene che questa non sia una riforma della giustizia?
Non lo dice l’opposizione, ma il ministro stesso. Ha dichiarato che la riforma non ridurrà la durata dei processi, non aumenterà le risorse disponibili in termini di personale, mezzi, strumenti, non velocizzerà la digitalizzazione delle notifiche, non migliorerà le condizioni di detenzione nelle carceri. L’obiettivo vero è un altro: colpire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, un principio scolpito nella Costituzione.
In che modo si condizionerebbe la magistratura?
Ci sono delle norme dentro questa riforma - il sorteggio e lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura - che mettono in discussione anche il livello di autorevolezza del capo dello Stato, che oggi presiede il Csm. E poi la costruzione di un’alta Corte che prevede per la sola categoria dei magistrati la non possibilità di ricorrere alla Cassazione dopo una sentenza disciplinare. Si vuole aumentare la dipendenza del pubblico ministero dalle indicazioni del potere politico. Questa è una controriforma.
Il ministro Nordio dice che è la prosecuzione del codice Vassalli. È un falso storico?
Iniziamo dallo stile: non si tira per la giacca chi non c’è più, lo trovo sgradevole. Chi ha lavorato con Vassalli dice che non aveva mai sostenuto lo sdoppiamento del Csm. Perché bisogna capirsi: la separazione delle carriere è già prevista dalla legge Cartabia.
L’hanno sorpresa i «sì» di Pisapia e di altri esponenti dem?
No, rispetto quelle posizioni. Loro dicono che bisogna stare nel merito di questa riforma e che il giudizio sul governo Meloni lo daremo con le elezioni politiche l’anno prossimo. Ma serve guardare l’insieme.
C’è un disegno politico più ampio?
Sì, la riforma è parte del patto di sangue di questa legislatura: alla Lega la disunione nazionale con l’autonomia differenziata di Calderoni, alla Meloni e Fratelli d’Italia la riforma del premierato e le elezioni dirette del capo del governo, che non esiste in nessuna democrazia al mondo, e a Forza Italia la separazione delle magistrature.
Il governo ha già detto che se vincesse il «no» non accadrebbe nulla all’esecutivo...
Lo leggo come un modo di mettere le mani avanti, della serie: non siamo più così sicuri dell’esito. Poi, certo: non cadrebbe il governo, ma la maggioranza un colpo lo prenderebbe eccome, perché delle altre riforme presentate nel 2022 non vi è più traccia, questa è l’ultima rimasta. E poi ha ragione, in fondo, Nordio: questa riforma non cambierà nulla. Si è fatto una domanda e si è dato una risposta...
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