Referendum, le possibili conseguenze per il governo se vince il «No»

Meloni resterà presidente del Consiglio anche in caso di sconfitta, ma per la premier potrebbe aprirsi un periodo difficile, specie se la situazione economica dovesse peggiorare
Referendum sulla giustizia: si vota il 22 e il 23 marzo
Referendum sulla giustizia: si vota il 22 e il 23 marzo
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Privi dei sondaggi che orientano (o disorientano?) le discussioni sul referendum del 22 e 23 marzo, si continua a girare intorno alla domanda: se la riforma Nordio verrà bocciata, quali conseguenze politiche ne deriverebbero? Il caso contrario ovviamente non è degno di soverchia fatica analitica: se vince il «Sì» il governo si rafforza a tal punto che solo un mago maligno potrebbe rovinare l’esito delle elezioni politiche dell’anno prossimo.

No, la domanda vera è se Meloni perde la partita. E diciamo Meloni perché la presidente del Consiglio, che non avrebbe voluto esporsi oltremisura proprio per non trasformare il referendum in un voto su di lei, alla fine è scesa in campo, talvolta danneggiata o almeno ostacolata più che altro dalle gaffes e dagli scivoloni di chi le sta intorno, del tipo delle ultime affermazioni della capo di gabinetto del ministro Nordio contro la magistratura «plotone di esecuzione».

Quindi lei è in campo, e non può ovviamente sottrarsi alla prova del salto nel cerchio di fuoco come capitò a Berlusconi e a Renzi prima di lei. Su un punto non ha mai arretrato: «Se anche perdiamo, se anche la riforma di Nordio verrà respinta dal popolo sovrano, sappiate che il governo ed io non andremo a casa, e resteremo a palazzo Chigi sino alle elezioni del 2027 quando il corpo elettorale si esprimerà sull’azione del governo di tutti e cinque gli anni della legislatura». E in questo non ci sentiamo di contraddirla, ma non per ragioni di politica interna, di equilibrio dei partiti, di debolezza dell’opposizione, no.

Ciò che imporrà a Meloni di restare inchiodata sulla sua poltrona è la situazione internazionale, la due guerre che si combattono ad un tiro di schioppo da Trieste e da Lampedusa, e a poche ore di volo da Roma. C’è chi ha letto così la stessa frase di elogio che Donald Trump qualche giorno fa le ha dedicato, come un avvertimento: l’Italia affondata com’è nel Mediterraneo non si può permettere in questa fase così pericolosa più che delicata, una crisi di governo, e nemmeno quella che sarebbe la più facile delle tentazioni di un centrodestra sconfitto: correre di filato verso elezioni anticipate per avere subito la rivincita ed evitare di passare un anno a farsi rosolare dalle tensioni interne e dalle critiche esterne, oltre che naturalmente dall’offensiva di una Anm divenuta intoccabile e irriformabile per volontà referendaria.

No, è chiaro che in caso di sconfitta Meloni resterà presidente del Consiglio e nessuna bizza di alleato interno sarà tollerata. E poi si vedrà che succede alle elezioni: se la situazione economica dovesse peggiorare per via delle turbolenze mediorientali sul mercato dell’energia e di una prevedibile fiammata inflazionistica, con i ristretti margini di manovra che i conti pubblici consentono al governo, per Meloni potrebbe aprirsi un periodo davvero difficile e non solo per la sua collocazione nelle alleanze atlantiche ed europee. Naturalmente non mettiamo neanche in conto pericoli per l’Italia più gravi ancora.

Ecco dunque che si potrebbe aprire per l’opposizione delle sinistre una insperata occasione: saranno in grado di coglierla Conte e Schlein, Fratoianni e Bonelli, Renzi e Calenda? Non hanno un leader riconosciuto e nemmeno un programma comune, la pensano diversamente su tante cose, la politica estera spacca il Pd in due, e tuttavia potrebbero avere in mano delle buone fiches. Sempre, naturalmente, che il compagno Tafazzi non ci metta del suo.

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