Esclusi dai bandi, nel limbo dei fondi: l'allarme dei Comuni «medi»

Sono il «ceto medio» della geografia istituzionale: fuori dai bandi per i piccolissimi (sotto i mille abitanti) e per i piccoli (sotto i 5mila), lontani dalle strategie per i grandi (sopra i 30mila). Non poveri, ma in affanno. Non ricchi, ma abbastanza stabili da essere dati per scontati. Invisibili, proprio perché stanno nel mezzo. E adesso – dopo anni di pazienza e con la delusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza alle spalle – vogliono dire la loro.
Luca Reboldi, sindaco di Rezzato (13.565 residenti), è pragmatico e la spiega così: «Noi enti locali di medie dimensioni non siamo abbastanza mini per beneficiare dei bandi per i borghi, ma non abbiamo neanche la potenza delle città e troppo spesso restiamo tagliati fuori dai bandi per finanziamenti di opere pubbliche, indirizzati a questi due target o inaccessibili per la nostra forza lavoro. Eppure gestiamo servizi essenziali per decine di migliaia di cittadini con fatica. Anche il Pnrr ci ha visti, non a caso, un passo indietro». Lo dice senza rivalsa (l’obiettivo non è sottrarre fondi ad altri), ma con la stanchezza di chi si muove in una zona grigia del panorama amministrativo, incastrato in una terra di mezzo: «Chiediamo un sistema che riconosca la nostra posizione, un sistema che ci inserisca nel conto».
Nel mezzo
C’è chi ne parla con più forza, chi con più timidezza. Ma il problema sollevato da Reboldi riguarda una platea vasta: una fascia larga di enti locali che va da Montichiari a Palazzolo, da Chiari a Ghedi, da Bagnolo Mella a Castenedolo. In tutto, una settantina di territori che compongono il panorama del «ceto medio» dei Comuni, in cui vive oltre il 50% della popolazione.
Questa esclusione non nasce con il Pnrr, ma il Piano ha amplificato l’effetto. Da anni i Comuni medi vivono una marginalità silenziosa, quasi strutturale. Le politiche pubbliche si sono concentrate per decenni su due poli: i piccoli borghi, con le loro peculiarità da valorizzazione, il loro fascino identitario, le difficoltà (di collegamento ma anche di spopolamento) da affrontare; e i grandi centri urbani, motori economici e simboli di sviluppo.
Il Pnrr e le risorse europee e nazionali avrebbero dovuto riequilibrare le disuguaglianze territoriali, invece i numeri descrivono una storia diversa. Secondo i dati Ifel-Anci aggiornati al 2024, circa 7,7 miliardi di euro (il 24% delle risorse destinate agli enti locali) sono stati assegnati ai Comuni sotto i 5mila abitanti. Il risultato è questo: per i territori con meno di mille residenti, la media pro capite è di 771 euro; per i grandi centri urbani (oltre 200mila abitanti) è di 710 euro; la fascia intermedia si attesta attorno ai 400 euro a persona. «Ma – rimarca Reboldi – anche noi abbiamo scuole da mettere in sicurezza, strade da rifare, progetti importanti da avviare».

Rappresentanza
Dietro questa disparità c’è anche un meccanismo politico poco raccontato: la forza delle reti territoriali. I piccoli enti trovano voce in associazioni consolidate come l’Uncem, che da anni porta in dote proposte e tutele, e le Comunità Montane, essenziali per la sopravvivenza delle aree interne. I grandi centri hanno relazioni consolidate e sono centrali per progetti di sviluppo. I Comuni medi, invece, non hanno una piattaforma istituzionale forte, né strutture capaci di farsi sentire sistematicamente: non sono un «movimento» riconosciuto e non possono competere con i grandi per risorse o visibilità.
Eppure, evidenzia ancora il sindaco di Rezzato, «sono proprio questi Comuni a farsi carico di un pezzo importante della tenuta sociale. Non solo perché hanno responsabilità dirette su servizi primari, ma anche perché gestiscono aree in trasformazione: zone artigianali, quartieri in espansione, flussi scolastici».
Contromisure
La difficoltà è anche strutturale. Lo segnala Cristina Tedaldi, sindaca di Leno e presidente dell’Associazione comuni bresciani (Acb): «Aiutare i piccoli enti è sacrosanto. Ma senza dimenticarsi di noi mediani: abbiamo molte difficoltà nella gestione amministrativa. C’è bisogno di fare sistema: il modello da perseguire è quello dell’Hub della conoscenza». Cioè? In ballo c’è un progetto per la pubblica amministrazione, cui sta lavorando il Politecnico di Milano con il supporto del dipartimento Affari istituzionali della Presidenza del Consiglio: l’obiettivo è unire le forze per le «funzioni associate». Tradotto: Suap, trasporti, tributi, gestione degli stipendi e, soprattutto, ufficio tecnico.
«Questo – riferisce Tedaldi – porterebbe ad avere personale meglio pagato, ma al lavoro per più enti». Significa non solo uniformare le pratiche, ma anche pianificare i servizi insieme, ragionando come ambito: «È inutile realizzare dieci palasport in Comuni a qualche chilometro di distanza se poi nessuno ha una piscina, una biblioteca, un’aula studio o un efficace trasporto pubblico. Spalmiamo le funzioni e usufruiamone in rete». Altrimenti il rischio, a lungo termine, è duplice. Da un lato c’è il pericolo che questi enti rinuncino a partecipare a progettazioni complesse, rassegnandosi alle manutenzioni. Dall’altro, si alimenta la frattura politica tra istituzioni che riescono a intercettare risorse e chi resta fuori dal ciclo dello sviluppo.
In un’epoca in cui si parla spesso di «ceti medi dimenticati» a livello economico e sociale, i Comuni medi sembrano riflettere lo stesso schema sul piano istituzionale. Non sono poveri, ma neanche abbastanza ricchi. Non sono in crisi, ma sono spesso prossimi a esserlo. Non sono marginali, ma rischiano di diventarlo. Il tema sollevato da Reboldi e declinato da Tedaldi potrebbe aprire una riflessione più ampia su come progettare bandi e politiche pubbliche per chi sta nel mezzo. Anche perché proprio lì, nel mezzo, c’è gran parte dell’Italia che amministra, lavora e tiene insieme il sistema.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
