Il mondo alle urne nel 2026: Usa, Brasile e Israele sotto i riflettori

Il rinnovo del Congresso americano influenzerà anche la politica internazionale, ma non sono le uniche elezioni da tenere d’occhio: ecco tutti gli appuntamenti
L'Us Capitol building a Washington - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'Us Capitol building a Washington - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Nel 2026 secondo una stima abbastanza puntuale saranno circa 1 miliardo e 600 milioni le persone chiamate alle urne per elezioni di ogni livello. Tra regionali, politiche, presidenziali, municipali e consultazioni referendarie, inutile dire che il mondo guarderà ad alcuni appuntamenti con particolare attenzione. La data da cerchiolino rosso sul calendario il prossimo 3 novembre.

Stati Uniti

Il 3 novembre 2026 gli Stati Uniti torneranno alle urne per le elezioni di metà mandato, una votazione rilevanete non solo per la politica americana, ma per l’intero sistema internazionale. Saranno rinnovati tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti e un terzo del Senato (per la precisione si voterà in 35 Stati), ma ridurre il voto a una normale scadenza elettorale sarebbe fuorviante. Le midterm del 2026 rappresentano un test per l’operato di Donald Trump, in un momento in cui gli Stati Uniti sono spaccati, ma anche il mondo paga a caro prezzo la torsione neoimperiale impressa dal presidente americano.

È chiaro che un Congresso ostile o diviso potrebbe bloccare riforme economiche, politiche fiscali, scelte commerciali e decisioni in materia di sicurezza nazionale. Il contesto in cui si svolgeranno le elezioni è segnato da conflitti aperti sulle regole del gioco democratico. Il ridisegno dei collegi elettorali, la politicizzazione delle corti, le tensioni sul diritto di voto e la crescente delegittimazione reciproca tra i partiti rendono il clima particolarmente teso. Non si voterà solo su programmi e candidati, ma sull’interpretazione stessa della democrazia americana e dei suoi limiti. Va detto, infine che il voto condizionerà i rapporti transatlantici, la tenuta delle alleanze e l’equilibrio tra le grandi potenze nei prossimi anni.

Brasile

Il gigante sudamericano alle urne, oltre che il baluardo del progressismo in America Latina. Quando i brasiliani andranno alle urne nell’autunno del 2026, tutto sarà in gioco: presidenza e vicepresidenza, entrambe le camere del Congresso nazionale, tutti i governatorati e le assemblee statali. Insomma il voto del 4 ottobre ridefinirà l’intero equilibrio politico del Paese.

Il contesto economico e sociale è complicato. La crescita rallenta, l’inflazione resta poco sotto il 5 per cento e l’economia rischia di entrare in recessione. A pesare sono anche fattori esterni: i dazi del 50 per cento annunciati da Donald Trump rappresentano un ulteriore ostacolo per un’economia già sotto pressione. Sul fronte della sicurezza, il Brasile continua a registrare uno dei tassi di omicidi più alti al mondo.

Sul piano politico, la scena è profondamente cambiata rispetto al passato recente. Jair Bolsonaro sta scontando una condanna a ventisette anni per aver fomentato un tentativo di colpo di Stato dopo la sconfitta elettorale del 2022 ed è escluso dalla competizione. La sua uscita di scena non ha però cancellato il «bolsonarismo». A raccoglierne l’eredità potrebbero essere il figlio Eduardo Bolsonaro – a sua volta coinvolto in indagini giudiziarie – o Tarcísio de Freitas, governatore dello Stato doi San Paolo.

Dall’altra parte, il presidente in carica Luiz Inácio Lula da Silva ha deciso di ricandidarsi, nonostante nel 2022 avesse escluso un quarto mandato. «Sto per compiere ottant’anni, ma ho la stessa energia di quando ne avevo trenta», ha detto annunciando la sua candidatura. I primi sondaggi lo danno in vantaggio, ma il dato va letto con cautela: il consenso potrebbe essere gonfiato da un temporaneo effetto di mobilitazione nazionale dopo gli scontri politici con Trump sul piano commerciale. Il voto del 2026 dirà quindi se il Brasile intende proseguire sulla strada tracciata da Lula o se emergerà una nuova leadership «trumpiana» e sovranista. In ogni caso, l’esito avrà conseguenze che vanno oltre i confini nazionali, incidendo sugli equilibri dell’America Latina e sui rapporti con le grandi potenze in un contesto globale sempre più competitivo.

Israele

Le elezioni israeliane del 2026, sono tra le più delicate dell’anno, arrivano dopo la Guerra di Gaza e un lungo ciclo di instabilità politica che ha messo a dura prova il sistema istituzionale del Paese. Tra il 2018 e il 2022 Israele è andato al voto cinque volte senza riuscire a produrre una maggioranza stabile, fino alla svolta del 2022, quando Benjamin Netanyahu è riuscito a formare il governo più a destra e più religioso della storia israeliana.

Netanyahu, settantasei anni, domina la politica israeliana da oltre trent’anni ed è stato primo ministro per diciotto degli ultimi ventinove. Ma la sua leadership è fortemente controversa. Dal 2019 è sotto processo per corruzione, frode e abuso di fiducia, e dopo la vittoria elettorale ha promosso una riforma per ridurre il controllo della magistratura sul potere esecutivo. Quel tentativo ha innescato proteste di massa, con l’accusa di voler indebolire la giustizia per proteggere se stesso.

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha temporaneamente congelato lo scontro politico interno, portando alla formazione di un governo di unità nazionale. Ma la tregua è durata poco. Dopo appena otto mesi l’esecutivo è entrato in crisi, travolto da divisioni profonde sulla strategia militare a Gaza, sulla violenza dei coloni in Cisgiordania e sul futuro dell’enclave palestinese nel dopoguerra. Se la Knesset non approverà un nuovo bilancio entro marzo, le elezioni scatteranno automaticamente; in caso contrario dovranno comunque tenersi entro la fine di ottobre 2026. Il voto si annuncia quindi come uno spartiacque mentre resta aperta la questione palestinese e in un Medio Oriente in costante ebollizione.

Gli altri

Tra i voti che gli osservatori nazionali seguono con grande attenzione vi sono le elezioni in Colombia, ma anche in Thailandia. Inutile dire che il voto per il rinnovo della Duma russa è in un contesto non democratico. Per l’Italia potrebbero invece essere di qualche interesse il voto in Algeria e quello in Libia dove presidenziali e politiche dovrebbero tenersi entro metà aprile.

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