Europa al voto: politiche in Ungheria, regionali in Germania e Spagna

Le elezioni del 2026 potrebbero sancire la sconfitta di Orban e il consolidamento di AfD e Vox
Il primo ministro ungherese Viktor Orbàn - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il primo ministro ungherese Viktor Orbàn - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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È incredibile come il voto in uno Stato di nove milioni di abitanti (membro dell’Ue ma non dell’Eurozona) venga considerato decisivo per il futuro prossimo dell’Europa. In primavera (circola la data del 12 aprile) l’Ungheria andrà alle urne per il rinnovo del Parlamento.

Qui Budapest

Al potere da 15 anni, il premier Viktor Orbán ha consolidato il controllo sui tribunali, sugli organismi di regolazione e sulle istituzioni culturali, riscrivendo al contempo le leggi elettorali e costituzionali per radicare un sistema politico illiberale. Al momento i sondaggi danno in vantaggio il partito di opposizione Tisza, guidato da Péter Magyar, che negli ultimi mesi è emerso come il più convincente antagonista di Orbán. Il governo ungherese ha provato anche a incriminarlo per diffamazione in uno scandalo che ha visto coinvolta, come accusatrice, anche la sua ex moglie Judit Varga, già ministra della Giustizia nei governi Orbán.

Magyar è stato tutelato dal Parlamento europeo, che ne ha mantenuto l’immunità (nello stesso giorno in cui, per un solo voto, è stata confermata anche quella di Ilaria Salis). Quando c’è di mezzo Orbán non bisogna mai dare nulla per scontato: il vantaggio di Tisza di 12 punti su Fidesz (49% a 37%) potrebbe non bastare. Il sistema elettorale è pensato per favorire il governo in carica e impedire agli sfidanti di arrivare a una maggioranza solida, al riparo, per esempio, dai veti del presidente della Repubblica. Gli autocrati lasciano il potere con una certa difficoltà. Certo è che, se Orbán dovesse perdere, l’Europa avrebbe un problema in meno.

Qui Scandinavia

Nel 2026 si voterà in Svezia e Danimarca. A Stoccolma il governo di centrodestra guidato da Ulf Kristersson, sostenuto esternamente dai Democratici svedesi, cercherà la riconferma alle elezioni del 13 settembre 2026. Se ciò avvenisse, potrebbe aprirsi per la prima volta la strada a un ingresso formale dei Democratici svedesi nell’esecutivo, ora che il cordone sanitario è stato di fatto superato. I socialdemocratici di Magdalena Andersson sono dati al primo posto con circa il 34%, ma per governare avranno bisogno che gli alleati – sinistra e Verdi – ottengano risultati migliori rispetto al 2022. La scena politica è profondamente cambiata rispetto alle elezioni precedenti, anche perché la Svezia è oggi membro della Nato.

A Copenaghen, invece, non è scontata una riconferma per la premier socialdemocratica Mette Frederiksen: i sondaggi da mesi danno in vantaggio il blocco di centrodestra, seppur molto frammentato. La politica danese deve anche fare i conti con le turbolenze provocate dai continui rilanci di Donald Trump sulla Groenlandia. Frederiksen ha mantenuto una linea molto rigida pur da rappresentante della famiglia socialista: ha adottato molte delle politiche dei populisti sull’immigrazione, ha tenuto una posizione di grande fermezza nella Nato e sul dossier ucraino e, al contempo, si è sempre mostrata una convinta atlantista ed europeista. Ma i consensi personali e del suo governo sono in calo.

Qui Berlino

In Germania è passato poco più di un anno dall’arrivo alla Cancelleria di Friedrich Merz, sostenuto da una Große Koalition tra Union e Spd (non così ampia, visto che può contare al Bundestag su una maggioranza di circa 15 deputati). Nei prossimi mesi il test decisivo sarà quello delle elezioni regionali, banco di prova soprattutto per misurare l’avanzata dell’estrema destra di Alternative für Deutschland, che molti sondaggi nazionali danno oggi come prima forza a livello federale (26% contro il 25% di Cdu/Csu). Il primo appuntamento è l’8 marzo nel Baden-Württemberg, motore economico della Germania, dove governa una coalizione nero-verde (Cdu e Verdi). L’Unione di Merz è accreditata attorno al 30%, mentre i Verdi, che avevano vinto le elezioni del 2021 con il 34%, sono oggi stimati al 20%; AfD è data come secondo partito e potrebbe più che raddoppiare i consensi.

In Renania-Palatinato, al voto il 22 marzo, l’ultradestra dovrebbe invece fermarsi sotto il 10%, con la Spd sopra il 35% e la Cdu attorno al 33%. L’ondata nera sarà invece difficilmente arrestabile in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e in Sassonia-Anhalt, dove si voterà il 20 settembre: in entrambi i Länder AfD viaggia attorno al 40%. Finora il cordone sanitario – che in Germania chiamano Brandmauer («muro di fuoco») – ha retto: tutte le altre forze politiche si sono rifiutate di coalizzarsi con l’estrema destra, come accaduto anche nel 2024 in Turingia e Sassonia, dove AfD aveva vinto senza però ottenere la maggioranza assoluta. Il problema, tuttavia, resta aperto.

Qui Madrid

In Spagna la situazione è molto più volatile. Il premier socialista Pedro Sánchez guida da tempo un governo di minoranza e nel corso del 2025 ha dovuto fare i conti con due scandali: uno reale, legato al caso di corruzione che ha coinvolto il segretario organizzativo del Psoe; l’altro costruito attorno a un presunto traffico di influenze della moglie, montato da siti dell’estrema destra e privo di fondamento giudiziario. A questo si aggiungono alleati di governo sempre più riottosi, in particolare nella sinistra catalana. Anche in Spagna va monitorata con attenzione l’avanzata della destra neofranchista di Vox e le possibili alleanze locali con il Partido Popular.

Il premier spagnolo Pedro Sánchez - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il premier spagnolo Pedro Sánchez - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nel 2026 si voterà in Aragona l’8 febbraio: il PP dovrebbe mantenere la guida della comunità, con consensi attorno al 40%, mentre il Psoe è stimato al 25% e Vox intorno al 20%. In Castiglia-La Mancia si voterà il 15 marzo, con un testa a testa tra PP e Psoe. In Andalusia, infine, il 30 giugno dovrebbe confermarsi il PP, in uno scenario simile a quello aragonese. Sánchez si gioca la partita decisiva alle Cortes, non nelle comunità autonome.

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