Perché è il Pakistan a mediare tra Stati Uniti e Iran

Ieri sera Trump ha deciso di estendere di due settimane la scadenza dell’ultimatum per l’Iran. A giocare un ruolo determinante è stato il Pakistan, che si è posto come mediatore (ma importante è anche il ruolo della Cina) tra Washington e Teheran.
«Ringrazio e apprezzo il mio caro fratello, Shahbaz Sharif, primo ministro del Pakistan, e il Maresciallo di Campo Asim Munir, comandante dell'Esercito pakistano, per i loro instancabili sforzi volti a porre fine alla guerra nella regione», ha detto Seyyed Abbas Araqchi, ministro degli Esteri dell'Iran.
Ne abbiamo parlato con Michele Brunelli, docente di Storia ed Istituzioni dei Paesi Afroasiatici all’Università degli Studi di Bergamo.
Perché il Pakistan ha deciso di mediare tra Stati Uniti e Iran?
Innanzitutto va chiarito che il Pakistan non è un mediatore classico e imparziale. Piuttosto possiamo definirlo un facilitatore strategico, un broker indiretto che fa da tramite tra Washington e Teheran, favorendo canali secondari e spesso informali. Più che mediare in senso stretto, agevola il dialogo. Il Pakistan è uno dei pochi attori con relazioni trasversali. Ha storici legami militari con gli Stati Uniti, fin dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979, quando rappresentava un corridoio strategico per i finanziamenti americani nella regione. Allo stesso tempo mantiene rapporti operativi, seppur complessi, con l’Iran e ha legami strutturali con la Cina e con le monarchie del Golfo. È, di fatto, un nodo di intersezione tra diversi blocchi geopolitici.
Quanto pesa l’interesse economico in questo contesto?
Pesa moltissimo. Il Pakistan ha una forte dipendenza energetica dall’Iran: circa l’80% delle sue forniture passa dallo stretto di Hormuz. Le sue riserve di petrolio e gas sono limitate rispetto ad altri Paesi dell’area, quindi un’eventuale chiusura dello stretto rappresenterebbe uno shock economico quasi esistenziale. La sua azione non è quindi solo diplomatica, ma anche dettata da un interesse interno, economico e difensivo.
C’è anche una dimensione politica?
Sì. Il Pakistan cerca da tempo una nuova legittimazione internazionale. Utilizza questo ruolo per uscire da una fase di isolamento diplomatico e per riaffermarsi come potenza regionale. In questo contesto compete soprattutto con attori come Turchia e Qatar, che tradizionalmente hanno avuto un ruolo più strutturato nella mediazione internazionale.
With the greatest humility, I am pleased to announce that the Islamic Republic of Iran and the United States of America, along with their allies, have agreed to an immediate ceasefire everywhere including Lebanon and elsewhere, EFFECTIVE IMMEDIATELY.
— Shehbaz Sharif (@CMShehbaz) April 7, 2026
I warmly welcome the…
Quanto incidono le tensioni con India e Afghanistan?
Incidono molto. Il Pakistan si trova stretto tra due fronti: da un lato l’India, suo storico rivale, dall’altro il regime dei talebani in Afghanistan, con cui negli ultimi mesi si sono intensificati gli scontri. Accreditarsi come interlocutore credibile per gli Stati Uniti può servire anche a ottenere vantaggi strategici su questi fronti.
Il rapporto diretto tra i vertici militari pakistani e Trump ha influito?
Certo. Una delle peculiarità del Pakistan è che la politica estera, sui dossier sensibili, è di fatto guidata dai militari. Questo garantisce rapidità decisionale e maggiore coerenza nelle scelte. Insomma: si fa quello che dicono i militari. Inoltre, il Pakistan è una potenza nucleare e il sistema di controllo dell’arsenale – la cosiddetta «doppia chiave» – è strettamente legato agli Stati Uniti. Questo rafforza la fiducia di Washington nei confronti di Islamabad. Nonostante ci siano alcune frange della popolazione molto estremiste e sebbene in passato i militari di Islamabad abbiano nascosto Osama bin Laden, gli Stati Uniti vedono nel Pakistan un attore serio e credibile.
Che ruolo gioca la Cina in questo equilibrio?
Il Pakistan ha un’alleanza strategica con la Cina, soprattutto in funzione anti-indiana. Pechino, dal canto suo, utilizza il Pakistan come sbocco sull’Oceano Indiano, attraverso porti come quello di Gwadar, fondamentali per la sua proiezione militare e commerciale. Allo stesso tempo, la Cina ha forti legami con l’Iran e ne influenza le scelte, come dimostrato dal riavvicinamento tra Teheran e Arabia Saudita.
E sul piano energetico?
La Cina prende il petrolio da tre Stati. Dal Venezuela, che ormai è fuori dal suo controllo, dalla Nigeria, che comincia a uscire dall’orbita cinese e, appunto, dall’Iran. Per questo Teheran rappresenta una fonte strategica fondamentale. Questo rafforza ulteriormente il triangolo tra Cina, Iran e Pakistan.
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