C’è un paradosso nell’addio di Christine Lagarde alla Banca centrale europea. Dopo aver guidato alcune delle principali istituzioni economiche mondiali, la presidente della Bce lascia in anticipo per tornare a intervenire liberamente nel dibattito pubblico. Non sui tassi, ma sulle grandi questioni politiche e internazionali. «Non penso di poter rimanere neutrale», ha spiegato giovedì, annunciando una scelta destinata a incidere anche sugli equilibri europei.
Lagarde lascerà Francoforte il 7 febbraio 2027, quasi nove mesi prima della scadenza naturale del mandato, prevista per il 31 ottobre. La decisione è stata comunicata anche ad António Costa, presidente del Consiglio europeo, che dovrà ora avviare la procedura per la successione. A settant’anni, dopo una carriera trascorsa ai vertici delle istituzioni economiche, la francese non ha indicato un nuovo incarico. Ha invece rivendicato la volontà di parlare liberamente di temi che non rientrano nella politica monetaria, perché considera sempre più difficile restare in silenzio di fronte a ciò che accade nel mondo.
Il punto non è secondario. L’indipendenza della Bce, garantita dai trattati, impedisce ai governi di impartire istruzioni alla banca centrale e protegge le decisioni sui tassi dalle convenienze elettorali. Ma impone anche ai suoi vertici una prudenza particolare: un giudizio politico pronunciato dalla presidente rischierebbe di essere interpretato come la posizione dell’istituzione. Lo scorso luglio la stessa Lagarde aveva definito il rendere conto del proprio operato la contropartita dell’indipendenza di cui la Bce dispone. Ora sostiene di non poter più restare neutrale. Una motivazione insolita, che alimenta interrogativi sul suo futuro.
La carriera
A differenza di molti predecessori, Lagarde non ha fatto carriera nelle banche centrali. Avvocata di formazione, ha guidato uno studio legale internazionale, poi è stata ministra dell’Economia francese con Nicolas Sarkozy. Dal 2011 al 2019 ha diretto il Fondo monetario internazionale, prima donna a ricoprire quell’incarico. Nel novembre 2019 è diventata anche la prima donna alla presidenza della Bce, raccogliendo l’eredità di Mario Draghi.
Lagarde non ha avuto il tempo di una presidenza ordinaria. Pochi mesi dopo l’insediamento è arrivata la pandemia, con il rischio di paralisi per imprese, occupazione e mercati. La Bce ha varato acquisti straordinari di titoli e sostegni al credito per scongiurare una nuova crisi finanziaria. Poi, mentre l’economia cercava di ripartire, sono arrivati la guerra in Ucraina, lo shock energetico e un’inflazione che non si vedeva da decenni. La Bce ha invertito la rotta, passando dal denaro a basso costo a rialzi dei tassi che hanno cambiato il credito nell’area euro.
Quelle decisioni non sono rimaste nei palazzi di Francoforte. Hanno attraversato i bilanci familiari, le rate dei mutui, le richieste di prestito delle aziende, la possibilità di investire e assumere.
Per Lagarde il problema è stato tenere insieme obiettivi che spesso entrano in tensione: contrastare i rincari senza soffocare la crescita, difendere la moneta senza ignorare le differenze economiche tra gli Stati che la utilizzano.
Il bilancio dei suoi sette anni non si presta a giudizi semplici. La Bce è stata criticata per aver riconosciuto troppo lentamente la persistenza dell’inflazione, ma anche per aver alzato i tassi con una durezza che ha pesato su famiglie e imprese. Ha dovuto spiegare scelte impopolari mentre crescevano prezzi e interessi. È il dilemma di una banca centrale chiamata a garantire stabilità in una realtà attraversata da crisi che nascono spesso lontano dall’eurozona, dall’energia alle guerre.
I have just informed my colleagues that I will step down as @ECB President on 7 February 2027. It has been a source of great pride to serve this institution. I thank all of those who have supported me on this journey over the past seven years. https://t.co/eSLLTaDAej
— Christine Lagarde (@Lagarde) October 29, 2026
Neppure il congedo arriva in una fase tranquilla. Nella riunione del 29 ottobre la Bce ha mantenuto al 2,50% il tasso sui depositi, mentre i rincari energetici alimentano nuovi timori per l’inflazione. Al tempo stesso, condizioni finanziarie più difficili rischiano di frenare un’economia europea già fragile. Il successore erediterà così una scelta delicata: decidere quando e come intervenire sui tassi, senza avere la certezza di quale sarà la durata delle tensioni internazionali. Con conseguenze anche per famiglie e imprese italiane.
Politica
Ma l’addio apre una questione ancora più politica. La Bce rappresenta una delle forme più avanzate di integrazione europea: un’unica moneta, un’unica autorità monetaria, decisioni vincolanti per Paesi con governi, debiti e interessi differenti. A questa forza istituzionale non corrisponde però una politica fiscale e industriale altrettanto unitaria. Mentre Stati Uniti e Cina competono su tecnologia, energia e investimenti, l’Unione fatica spesso a superare i veti nazionali. E la richiesta di maggiore autonomia strategica europea si scontra con divisioni che la banca centrale, da sola, non può risolvere. È anche su questo terreno che l’ex direttrice generale del Fondo monetario potrebbe scegliere di far sentire la propria voce.
The institution is solid, strong, like a rock, and it will continue to be so, says President @Lagarde. Rest assured that the ECB is going to carry on with perfect continuity of business. Watch here https://t.co/GaO1SUSKBo https://t.co/9cL8dH27p0
— European Central Bank (@ecb) October 29, 2026
C’è infine il calendario, che rende impossibile ignorare la dimensione politica della successione. Lasciando a febbraio, Lagarde permette ai leader europei di scegliere chi guiderà la Bce prima delle presidenziali francesi della primavera 2027, che chiuderanno il secondo e ultimo mandato di Emmanuel Macron. Interrogata sul fatto di aver scelto i tempi anche per questo, la presidente non ha risposto, e non ha detto su quali temi intende intervenire. Una fonte con conoscenza diretta della decisione riferisce che vuole pesare sulla politica francese e globale. Lagarde ha già detto che non si candiderà all’Eliseo, ma che sosterrà i valori europeisti nel suo Paese «in qualsiasi veste» riterrà più efficace. Resta da capire quale sarà.
Il nuovo vertice sarà nominato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata, su raccomandazione del Consiglio e dopo la consultazione del Parlamento europeo e del Consiglio direttivo della Bce. Tra i nomi citati dalla stampa figurano Klaas Knot, già governatore della banca centrale olandese, e Pablo Hernández de Cos, già governatore della Banca di Spagna e dal luglio 2025 direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali. Non sono designazioni ufficiali. La scelta dovrà tenere conto delle competenze, ma anche degli equilibri tra Paesi e delle differenti sensibilità sulla politica monetaria: un confronto nel quale l’indipendenza della Bce nasce, paradossalmente, da una nomina inevitabilmente politica.
Lagarde lascia dunque un’istituzione più abituata a gestire emergenze che periodi di normalità. E se il suo futuro rimane ancora da scrivere, la ragione dichiarata dell’uscita pone una domanda più ampia: in un’Europa nella quale economia, guerre e politica sono sempre più intrecciate, può bastare una banca centrale forte quando le decisioni comuni faticano ad arrivare? È su questo interrogativo, forse, che la voce ritrovata di Lagarde cercherà di intervenire.



