Il bresciano Bonalumi verso il Makalu, quinta vetta più alta del mondo

Non chiedete a un alpinista perché scala una montagna, è più facile sapere da lui il perché non dovrebbe farlo. All’irresistibile richiamo dell’aria rarefatta ha ancora una volta risposto il bresciano Matteo Bonalumi, che a inizio aprile ha preso un aereo per il Nepal con destinazione Makalu.

Appartenente alla catena dell’Himalaya, con i suoi 8.463 metri sopra il livello del mare si tratta della quinta montagna più alta della Terra, «una montagna stupenda che con la sua forma piramidale ricorda molto il nostro Cervino» racconta Bonalumi – commercialista nella vita professionale – prima di affrontare un pranzo tipico nepalese ospite della famiglia dell’inseparabile amico e compagno di spedizioni Dawa Sherpa. «Il Makalu si trova in fondo a una valle remota e isolata, dove non ci sono trekker, dato che il cammino verso il campo base dura ben otto giorni – spiega Bonalumi –. E tra i motivi che mi hanno spinto ad affrontare questa scalata c’è anche il fatto che Dawa sia originario proprio di questa regione. Ci tenevamo entrambi ad affrontare questa salita insieme».
Come detto la montagna che si erge tra Nepal e Tibet è la quinta vetta più alta della Terra. «Forse la difficoltà principale, oltre alle parti tecniche della salita, sta nel freddo al quale è sempre molto esposta – racconta l’alpinista bresciano che per arrivare in vetta ci metterà circa due mesi –. Il campo base si trova a circa 5.000 metri, uno dei più alti tra tutti i campi base dei 14 ottomila».
I libri
Per Bonalumi questa è una nuova sfida con i venti gelidi delle vette, dato che nel suo percorso di alpinista «per passione» figurano spedizioni su Everest, Annapurna, Broad Peak e Dhaulagiri solo per citarne alcune, un desiderio che ha voluto anche riportare su carta. il bresciano è infatti anche autore di tre libri, tutti editi da Marco Serra Tarantola Editore, e cioè «Lassù, fino alle stelle», «Everest, il sogno» e «Annapurna. Tra sogno e vertigine».
Un modo per raccontare agli altri cosa ha vissuto nella fatica dei ghiacci, uno strumento per tenersi compagnia nella solitudine della tenda e insieme un dialogo tutto interiore di una persona che nell’immacolata aria degli ottomila cerca, e forse in parte ha trovato, se stesso.
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