Tra Washington e Teheran un confronto diretto ma senza prospettive

Entrambe le parti ritengono un accordo necessario, ma con obiettivi troppo distanti. E non giova che al tavolo per gli ayatollah sedesse l’ex comandante dei pasdaran
ll vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf - - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
ll vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf - - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
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Nel maggio del 1986, nel pieno della guerra Iran-Iraq, una delegazione americana guidata dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale Robert McFarlane atterrò segretamente a Teheran. Con lui c’erano Oliver North e l’intermediario israeliano Amiram Nir. L’obiettivo era aprire un canale diretto con la Repubblica islamica e ottenere la liberazione degli ostaggi occidentali detenuti da gruppi filo-iraniani in Libano, attraverso una trattativa clandestina che intrecciava forniture di armi e aperture politiche.

Per quattro giorni, però, gli emissari statunitensi rimasero ai margini del potere reale. Non incontrarono i vertici iraniani, ma solo funzionari intermedi. Come lo stesso McFarlane avrebbe poi ammesso, i colloqui si svolsero solo con «figure di terzo e quarto livello». Il confronto si arenò su richieste inconciliabili e su una diffidenza reciproca già allora radicata: Teheran pretendeva garanzie politiche e strategiche che Washington non era disposta a concedere, mentre gli Usa cercavano risultati senza riconoscere il quadro regionale in cui l’Iran inscriveva le proprie richieste.

La missione fallì, lasciando dietro di sé non solo un nulla diplomatico, ma uno scandalo, l’Iran-Contra, che oltre a scuotere l’Amministrazione Reagan, contribuì a consolidare, agli occhi iraniani, l’idea di un’America capace di trattare su un piano e smentirsi su un altro.

Quarant’anni dopo, a Islamabad, Usa e Iran sono tornati a parlarsi. Stavolta con i livelli decisionali più alti, ma l’esito non è mutato. Non è stato un fallimento tecnico, bensì l’emersione di una divergenza più profonda. Washington e Teheran non hanno trovato un compromesso perché non stavano negoziando lo stesso oggetto.

Gli Stati Uniti puntavano a una de-escalation operativa: consolidare la tregua, garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz, ridurre il rischio di un allargamento regionale e ottenere impegni credibili sul contenimento del programma nucleare. In sintesi, stabilizzare il sistema secondo la loro visione. L’Iran invece trattava per capitalizzare il conflitto, puntando a un’intesa che producesse effetti politici: sblocco di asset congelati all’estero, stimati tra 80 e 100 miliardi di dollari, ossigeno per l’economia asfittica del Paese, conservazione della leva strategica su Hormuz e sul sistema di alleanze dei suoi proxies.

Da qui l’impasse: gli Usa trattano per congelare il conflitto entro parametri gestibili, l’Iran per preservare le proprie capacità strategiche e recuperando margini di deterrenza. Sono però emersi elementi rilevanti. Innanzitutto che uno spazio di accordo esiste ed è necessario per entrambe le parti. Il fatto che si sia arrivati a una diretta interlocuzione superando la logica delle delegazioni separate, indica che il livello dello scontro ha reso insufficiente la sola mediazione indiretta e imposto un confronto bilaterale, sia pure sotto garanzia pakistana.

Si tratta però di un passaggio che espone anche i limiti della posizione americana. Il vice presidente Vance aveva investito politicamente su questo canale come occasione per trasformare la tregua in un processo stabile; il mancato accordo ne indebolisce la credibilità e rafforza nell’Amministrazione le posizioni favorevoli a un ritorno alla pressione coercitiva. Più in generale, il fallimento segnala un limite strutturale della strategia Usa: la leva militare e sanzionatoria può costringere l’avversario al tavolo, ma non è sufficiente a produrre risultati duraturi se non accompagnata da una ridefinizione degli equilibri regionali che quell’avversario considera vitali.

In Israele, l’esito non è stato letto come una cattiva notizia. In linea con una posizione consolidata, evitare un’intesa percepita come insufficiente è considerato preferibile a un allentamento della pressione su Teheran senza limitarne le capacità strategiche. È però di un vantaggio solo relativo: il protrarsi del confronto offre all’Iran tempo e margine per consolidare le proprie capacità, mantenendo aperto il rischio di un’escalation futura.

Ancora più significativa è osservare la composizione della delegazione iraniana. La presenza di Mohammad Bagher Qalibaf, ex comandante dei pasdaran e figura centrale dell’establishment di sicurezza, indica che il dossier non è più gestito soltanto su un piano diplomatico, ma che il baricentro si è spostato verso apparati che combinano funzione politica e logica di sicurezza. Quando il negoziato è presidiato da figure provenienti dal complesso securitario, la disponibilità al compromesso si riduce e aumenta la centralità della deterrenza come strumento di interlocuzione.

Finché l’Iran continuerà a considerare gli accordi con gli Stati Uniti come reversibili e Washington non potrà garantire il contrario, ogni trattativa produrrà tregue, non soluzioni. E ogni tavolo, come quello del 1986, rischierà non portare a progressi concreti.

Michele Brunelli – Docente di Storia e Geopolitica dell'Asia contemporanea, UniBg

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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