Se il voto regionale non impatta su quello politico

Le sette elezioni regionali ormai imminenti (in Valle d'Aosta, Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia, Calabria) ci restituiranno, di volta in volta, scenari completamente diversi rispetto alle politiche e alle europee. Per esempio, nel 2020 in Veneto e in Campania il centrodestra ebbe un enorme surplus di voti e percentuali di lista nel primo caso e il centrosinistra ne ebbe uno analogo nel secondo. Ciò nonostante, l'amplificazione locale dovuta molto alle leadership e un po’ anche alla struttura sociopolitica del territorio (tranne le Marche, tutte le altre regioni vedono coalizioni favorite e «blindate») non impatta sul voto di primo ordine, cioè quello nazionale per il Parlamento.
In sintesi, rispetto alle politiche e alle europee si potrà anche spostare un 30% di voti in Veneto o in Campania, ma sarà un effetto circoscritto a quel tipo di competizione. Strutturalmente resterà tutto uguale, perché è finita l'epoca nella quale il 40% degli italiani cambiava voto ogni volta. Gli scontenti ormai hanno fatto il giro di tutti i partiti: una parte consistente si è rifugiata nell'astensione, dalla quale sarà molto difficile farla tornare indietro; una parte, invece, ha sostanzialmente cristallizzato le scelte restando su quella del 2022 per la Camera. Anche se può sembrare che si tratti di una sorta di effetto ottico, aggregando i dati di regionali, politiche ed europee delle sette regioni vediamo che – nel complesso – centrodestra e «campo largo» hanno sempre oscillato fra il 43 e il 45,5%, cioè all'interno di uno spazio minimo.

Eppure, la Lega ha perso voti verso FdI e il M5s ne ha ceduti ad Avs e Pd. Tutto ciò dimostra che, come dal 2001 al 2008, si sono ricreati due laghi, due contenitori di voti non collegati e non comunicanti, dai quali nulla entra e nulla esce, ma all'interno dei quali parecchio può accadere (o meglio, neanche troppo, a dirla tutta). Come ai tempi di Prodi e Berlusconi, i primi due partiti sono saldi al comando nei rispettivi schieramenti, inseguiti da soggetti politici di medie dimensioni. Certo, a destra la leadership della Meloni non è in discussione (anche se Salvini mal sopporta la situazione, perché vorrebbe rilanciarsi come nel 2019 ma non ci riesce) mentre a sinistra la Schlein ha i voti ma non la «corona» (che Conte le contende o che, comunque, non le vuole concedere).
Alle regionali, dunque, accadrà molto, ma cambierà poco o nulla sul piano nazionale e forse anche – come colore politico di Consigli e Giunte, non sui rapporti di forza fra le liste – a livello locale. La «ricreazione elettorale» degli anni Dieci è finita. Al massimo ci si può sbizzarrire un po' alle amministrative, ma di fatto si vede che si accentuano solo le tendenze già esistenti (il Veneto è sicuramente l'esempio più lampante, ma non l'unico). Il M5s ha smesso di essere il rifugio dei delusi dei due poli e, perdendo l'ala destra acquisita nel 2011-’18 con la crisi della coalizione allora berlusconiana, è ora un componente (sebbene «sui generis») del «campo progressista», quindi scambia voti con chi gli è più prossimo (Pd e Avs), ma non più con i partiti attualmente al governo.
Richiuso il passaggio fra i due poli, resta dunque una base sulla quale i soggetti politici potranno edificare forse il sistema partitico dei prossimi anni (una sorta di Terza Repubblica, dopo il 1948-’92 e il 1994-2011) superando la confusione e il grande rimescolamento degli anni Dieci. Poi, certo, «giri di valzer» per gli elettori saranno sempre possibili, ma solo alle amministrative. Questo è il quadro che si va delineando e rafforzando e che non sembra destinato a scalfirsi nel breve-medio periodo.
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