Se il voto regionale non impatta su quello politico

Dopo le elezioni del 2020, quest’anno saranno sette le Regioni che rinnoveranno i propri Presidenti e i rispettivi Consigli: Valle d’Aosta, Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia e Calabria
Un'urna per le elezioni regionali - Foto © www.giornaledibrescia.it
Un'urna per le elezioni regionali - Foto © www.giornaledibrescia.it
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Le sette elezioni regionali ormai imminenti (in Valle d'Aosta, Veneto, Toscana, Marche, Campania, Puglia, Calabria) ci restituiranno, di volta in volta, scenari completamente diversi rispetto alle politiche e alle europee. Per esempio, nel 2020 in Veneto e in Campania il centrodestra ebbe un enorme surplus di voti e percentuali di lista nel primo caso e il centrosinistra ne ebbe uno analogo nel secondo. Ciò nonostante, l'amplificazione locale dovuta molto alle leadership e un po’ anche alla struttura sociopolitica del territorio (tranne le Marche, tutte le altre regioni vedono coalizioni favorite e «blindate») non impatta sul voto di primo ordine, cioè quello nazionale per il Parlamento.

In sintesi, rispetto alle politiche e alle europee si potrà anche spostare un 30% di voti in Veneto o in Campania, ma sarà un effetto circoscritto a quel tipo di competizione. Strutturalmente resterà tutto uguale, perché è finita l'epoca nella quale il 40% degli italiani cambiava voto ogni volta. Gli scontenti ormai hanno fatto il giro di tutti i partiti: una parte consistente si è rifugiata nell'astensione, dalla quale sarà molto difficile farla tornare indietro; una parte, invece, ha sostanzialmente cristallizzato le scelte restando su quella del 2022 per la Camera. Anche se può sembrare che si tratti di una sorta di effetto ottico, aggregando i dati di regionali, politiche ed europee delle sette regioni vediamo che – nel complesso – centrodestra e «campo largo» hanno sempre oscillato fra il 43 e il 45,5%, cioè all'interno di uno spazio minimo.

Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Eppure, la Lega ha perso voti verso FdI e il M5s ne ha ceduti ad Avs e Pd. Tutto ciò dimostra che, come dal 2001 al 2008, si sono ricreati due laghi, due contenitori di voti non collegati e non comunicanti, dai quali nulla entra e nulla esce, ma all'interno dei quali parecchio può accadere (o meglio, neanche troppo, a dirla tutta). Come ai tempi di Prodi e Berlusconi, i primi due partiti sono saldi al comando nei rispettivi schieramenti, inseguiti da soggetti politici di medie dimensioni. Certo, a destra la leadership della Meloni non è in discussione (anche se Salvini mal sopporta la situazione, perché vorrebbe rilanciarsi come nel 2019 ma non ci riesce) mentre a sinistra la Schlein ha i voti ma non la «corona» (che Conte le contende o che, comunque, non le vuole concedere).

Alle regionali, dunque, accadrà molto, ma cambierà poco o nulla sul piano nazionale e forse anche – come colore politico di Consigli e Giunte, non sui rapporti di forza fra le liste – a livello locale. La «ricreazione elettorale» degli anni Dieci è finita. Al massimo ci si può sbizzarrire un po' alle amministrative, ma di fatto si vede che si accentuano solo le tendenze già esistenti (il Veneto è sicuramente l'esempio più lampante, ma non l'unico). Il M5s ha smesso di essere il rifugio dei delusi dei due poli e, perdendo l'ala destra acquisita nel 2011-’18 con la crisi della coalizione allora berlusconiana, è ora un componente (sebbene «sui generis») del «campo progressista», quindi scambia voti con chi gli è più prossimo (Pd e Avs), ma non più con i partiti attualmente al governo.

Richiuso il passaggio fra i due poli, resta dunque una base sulla quale i soggetti politici potranno edificare forse il sistema partitico dei prossimi anni (una sorta di Terza Repubblica, dopo il 1948-’92 e il 1994-2011) superando la confusione e il grande rimescolamento degli anni Dieci. Poi, certo, «giri di valzer» per gli elettori saranno sempre possibili, ma solo alle amministrative. Questo è il quadro che si va delineando e rafforzando e che non sembra destinato a scalfirsi nel breve-medio periodo.

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