Verso la riforma elettorale, in media una ogni sei anni

Siamo stati facili profeti a prevedere che all’apertura delle urne i partiti avrebbero riservato al fenomeno dell’astensionismo, anche se ormai galoppante, i soliti 10 minuti di rito. Il tempo che si conoscessero i risultati del voto, e della diserzione degli italiani dalle urne non si è fatto più parola.
Non è bastato che il dato dell’astensione sia parso allarmante, con un andamento doppio rispetto a un decennio fa. Prima procedeva al ritmo annuo dell’1%, ora del 2%. Rispetto alle regionali precedenti si conta un 14% in più di non votanti. Abbastanza per temere che sia inficiata la rappresentatività degli eletti (sono votati solo da 1 su 4 elettori) e per chi governa il fatto è ancor più problematico, avendo delega di poco più di 2 italiani su 10.
Non è bastato nemmeno che, viceversa, il verdetto elettorale relativo a coalizioni e partiti sia risultato grosso modo scontato sia per quel che riguarda il colore politico dei nuovi presidenti di regione (due al centrosinistra, Campagna e Puglia; uno al centrodestra, il Veneto) sia per quel che attiene alla forza elettorale delle varie formazioni. Non è bastato che nessuna grande sorpresa sia emersa dalle urne perché i partiti si tuffassero letteralmente a sezionare il verdetto dei votanti. Poco da dire sui numeri, in linea col passato. Una volta decifrati, però, i partiti hanno desunto che il vento è cambiato (la Schlein) o, quanto meno, che potrebbe essere cambiato (la Meloni). Il risultato non cambia.
Alla luce del ricompattamento del campo largo, si è concluso che alle prossime politiche del 2027 quei numeri potrebbero dare risultati diversi da quelli del 2022. La ragione sta nel fatto che i partiti del centrosinistra, se si presentassero nei collegi uninominali con un candidato unico e con ciò non disperdendo i voti, potrebbero tranquillamente vincere o, quando meno, competere alla pari con il polo avversario. A questo punto, il tema dominante è diventata la riforma elettorale, col centrodestra a invocare il sistema proporzionale e lo schieramento avverso a puntare i piedi nella difesa dell’attuale sistema misto proporzionale/maggioritario.
Sarebbe la quinta riforma elettorale in trent’anni: una ogni sei anni. Niente male. Ogni tornata elettorale si cambia. Con grave danno della credibilità della politica, che già non ne gode molta. L’elettore sarebbe indotto a pensare che i governanti sono incapaci o troppo attenti a curare il proprio interesse di partito, tanto da confezionare leggi destinate comunque a non funzionare, sempre che non siano bocciate – com’è già avvenuto - dalla Corte costituzionale.
È vero che la legge (anche) dei partiti è primum vivere, deinde philophari: prima c’è da salvare la pelle, poi si vedrà cosa fare. Capiamo. Tutti teniamo famiglia, anche i partiti. Ma c’è modo e modo. Primo: la legge elettorale non si fa su misura, al cambio di maggioranza. Secondo: la competizione elettorale non è una gara sportiva in cui conta chi arriva primo, ma è una competizione per scegliere chi offre un progetto di governo più convincente. Sarebbe bene che i partiti se lo ricordassero se non vogliono che l’Italia sia destinata a battere il record dell’astensionismo.
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